Federico Pizzarotti

Sindaco di Parma

Sindaco Federico Pizzarotti, il 2020 è stato un anno che verrà ricordato nei libri di storia con un acronimo sinistro, Covid 19. Dopo un lungo periodo stiamo tutti ancora combattendo contro un nemico invisibile. Quali ricordi, testimonianze e immagini della sua città nelle settimane degli scorsi mesi, hanno profondamente segnato la sua esperienza di Primo Cittadino?

La città deserta come mai prima nell’anno in cui dovevamo celebrarla come Capitale della Cultura, quindi una Parma che sarebbe dovuta essere ricca di eventi e persone provenienti da tutta Italia e dal mondo. Dovevamo celebrare la vita, invece ci siamo trovati improvvisamente a combattere la morte.
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Il sindaco è il responsabile della condizione di salute della popolazione del suo territorio. I compiti del sindaco sono quindi ampi, soprattutto un sindaco deve conoscere lo stato di salute della popolazione, deve prendere provvedimenti se le condizioni ambientali sono invivibili, se esistono pericoli incombenti e deve informare la popolazione dei rischi rilevanti cui è sottoposta. Oggi nella Babele delle competenze tra DPCM, provvedimenti Regionali e ordinanze Comunali, è ancora possibile secondo lei onorare quell’impegno preso con l’investitura a sindaco?

È un dovere. Tutte le istituzioni sono scese in campo lavorando al massimo per rispondere alle esigenze della popolazione, sia dal punto di vista sanitario che da quello economico. Lo voglio ribadire anche se non ce ne sarebbe bisogno: ci siamo trovati ad affrontare qualcosa mai affrontato prima, nessuno è preparato per questo. Nonostante tutto, l’Italia e le sue istituzioni lavorano giorno e notte per contenere e ridurre l’espandersi della pandemia. L’obiettivo rimane questo.
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Assistiamo ormai da mesi al richiamo da parte di tutti alla necessità di riqualificare la presenza istituzionale sui territori a partire anche dal ruolo dei medici di base che insieme agli amministratori locali sono i primi riferimenti per le comunità che devono affrontare le emergenze, anche quelle sanitarie. Prima ancora di investimenti e stanziamenti economici, non è forse il caso di ripensare e riformare i processi di governo del territorio?

Mi sembra un discorso un po’ troppo semplicistico e semplificato. Ogni regione gestisce la sanità con i mezzi che ha e con la struttura che ha. Sono dell’idea che una riforma sanitaria debba essere fatta puntando alla omogeneizzazione delle politiche e della gestione, nel senso che le regioni, assieme al governo, devono parlare una lingua soltanto quando si parla di sanità. Entrare troppo nel dettaglio non è il modo di concepire una riforma: serve ora una politica nazionale e una migliore organicità del sistema.
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A proposito di risorse economiche, quanto è costata la crisi epidemica alle casse comunali di Parma in termini di mancati introiti, contributi per i cittadini più fragili, chiusura temporanea e spesso anche definitiva di esercizi commerciali, botteghe artigianali ecc…?

La quantificazione è di circa 20 milioni di euro di mancate entrate. Una cifra importante, è la misura della difficoltà che si trovano a vivere le città nell’epoca della pandemia.
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Nelle scorse settimane spesso i numeri dei contagi sono saliti in modo esponenziale. Molti commentatori, politici, imprenditori, amministratori, hanno rivelato una forte e legittima paura solo a pronunciare la parola lockdown. La sua amministrazione alla luce dell’esperienza passata, in caso di ulteriori accelerazioni della crisi ha già predisposto un piano che permetta una gestione più efficace e corretta dell’emergenza?

Il piano deve essere sia nazionale che regionale: le città non possono e non devono andare in ordine sparso facendo ognuna per sé, ma seguendo i protocolli nazionali e regionali. Parma e la sua azienda ospedaliera sono strutturate per affrontare l’emergenza, ma bisogna ragionare da nazione prima di tutto.
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Alcuni autorevoli commentatori evidenziavano, fra le tante considerazioni, che forse per la prima volta ragioni di Salute Pubblica hanno avuto il sopravvento su quelle del Pil e dell’economia. Salute, economia ai quali si è aggiunto il diritto inalienabile alla libertà. Come conciliare nell’attività di governo di una comunità quelle tra grandezze valoriali: diritto alla salute, al lavoro/profitto e diritto alla libertà?

Non è semplice perché lavoro, salute e libertà sono principi importanti allo stesso modo. Ci troviamo di fronte a un momento eccezionale nel quale dobbiamo essere in grado tutti quanti di legare insieme tutti e tre questi principi. Se supereremo nel miglior modo possibile il momento pandemico, sono convinto che potremo tornare nel più breve tempo possibile alla vita di tutti i giorni, ma dobbiamo superarlo o non potremo parlare né di libertà, né di salute, né di lavoro.
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Più volte in interviste, lei ha sottolineato la mancanza di coraggio della classe politica italiana a fronte della capacità di resilienza dimostrata dai cittadini nel periodo più buio. Se come scriveva Manzoni “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” fosse sempre vero, che fare? Siamo in presenza di una classe politica inadeguata? Quali sono stati a suo avviso gli errori più grossolani nella gestione della crisi?

Non mi permetto, a crisi in corso, di spiegare agli altri cosa si sarebbe dovuto o non dovuto fare. Bisogna calarsi nella realtà di tutti i giorni e comprendere, dal nostro punto di vista, che ci troviamo di fronte a qualcosa di completamente inaspettato e mai vissuto. Non è il momento di puntare il dito ma di lavorare tutti insieme. Una volta superato il momento potremo tracciare un resoconto dei fatti, ma oggi ci vuole responsabilità. L’unica cosa che mi sento di aggiungere è di velocizzare le politiche degli aiuti: se si chiudono attività al fine di tutelare la salute di tutti, è necessario che le persone messe in difficoltà dalla crisi ricevano nel più breve tempo possibile ristori e indennizzi adeguati alla grave crisi. La risposta dello Stato deve essere immediata e veloce.
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Tutti lo chiamano Recovery Fund in realtà io penso debba essere conosciuto come Next Generation EU.
Non si tratta di una questione nominale, ma un impegno di ripensare alle nostre città e paesi per le prossime generazioni. Anzi, forse è necessario costruire una forte alleanza con le nuove generazioni che erediteranno ciò che noi sapremo lasciare. Come secondo lei è possibile quell’alleanza e soprattutto come dovremo utilizza quei fondi europei pensando al futuro dei giovani?

Il Recovery Fund è una grande opportunità di crescita e di rilancio del nostro Paese, dobbiamo saperla utilizzare al meglio. Ho sempre detto che falliremo se lo intenderemo come la distribuzione di contributi a pioggia senza un progetto strutturato. Invece gli investimenti devono essere indirizzati in quei settori che hanno necessità di rinnovo e di rilancio.
Penso, ad esempio, a una transizione ecologica in grado di portare lavoro, innovazione e sostenibilità ambientale. Dobbiamo pensare al Recovery Fund come a una grande proposta di investimento strutturato per l’Italia. Non dobbiamo in alcun modo fallire quest’appuntamento: ne trarrebbero giovamento anche le nostre città e i territori.
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Molti suoi colleghi hanno chiesto al governo che 30 miliardi del Next Generation siano messi a disposizione dei Sindaci e Amministratori locali, legittimando la richiesta sulla base della profonda conoscenza dei territori e la velocità progettuale e di spesa dei Comuni.
Qual è il suo pensiero al proposito?

Le città sono il motore della crescita del Paese.
Qui investiamo in programmi di smart cities e di sostenibilità ambientale; qui realizziamo politiche di welfare innovativo; qui costruiamo reti solide e durature tra il pubblico e il privato; sempre qui realizziamo infrastrutture, anche digitali, in grado di velocizzare la comunicazione e abbattere barriere tra le persone. Le città devono essere poste al centro delle decisioni perché le “rivoluzioni” nascono proprio qui, poi si espandono a livello nazionale. I sindaci sono le prime istituzioni a contatto con i cittadini: conosciamo meglio di altri le esigenze di ognuno.
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Per Parma il 2020 avrebbe dovuto essere un anno importante, Capitale della Cultura Italiana riconoscimento che potrà godere del 2021. Avrà ancora la caratteristica di un evento diffuso su tutto il territorio? Quanto e come è cambiato il palinsesto dell’evento? Ci anticipa gli eventi più significativi dei prossimi mesi?

Purtroppo la pandemia è arrivata proprio nell’anno in cui avremmo dovuto celebrare Parma in tutta Italia, questo è stato senz’altro un danno. Ma ci siamo rimboccati le maniche e assieme a tutto il territorio stiamo lavorando per offrire il massimo possibile alla città e al Paese in tutti i settori culturali. Tutto dipende dalle nuove restrizioni, ovviamente. Ci adegueremo a quelle che saranno le esigenze della Nazione, ma nel frattempo continueremo a lavorare per rilanciare il comparto culturale e per fare capire che un Paese rinasce se mette al primo posto la cultura, che rappresenta la nostra più grande ricchezza.
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Ultima domanda Sindaco Pizzarotti. Parma è sempre stata una meta turistica di prim’ordine con flussi internazionali significativi. Quanto la Città ha perso in termini di arrivi, posti letto, musei, accoglienza e ristorazione, oltre all’indotto?

Il danno è incalcolabile: in questi anni Parma è tra le città che più è cresciuta dal punto di vista del turismo. Come dicevo prima, assieme alle realtà del territorio abbiamo investito molto sulla cultura e sulle nostre eccellenze, questo ha portato un interesse nazionale e internazionale importante nella nostra città, che nei numeri turistici è cresciuta di anno in anno. Ora la pandemia ha messo in difficoltà il comparto, sia in città che nel Paese. Supereremo questo momento difficile e ci rimetteremo subito al lavoro per fare della città un modello di sviluppo culturale e turistico. Se Parma è più bella, io penso, anche l’Italia diventa più bella.

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