Armando Varricchio

Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti

“L’America che verrà sarà ancora più vicina all’Italia e all’Europa.
Il 20 gennaio Joe Biden sarà ufficialmente il 46° Presidente degli Stati Uniti e con Kamala Harris, scelta per la vice-presidenza, inizierà una nuova stagione politica non solo per la democrazia americana ma, io credo, per tutto il mondo colpito dalla pandemia. Quando lo scorso 3 novembre, giorno delle elezioni presidenziali, ho visto lunghissime file di cittadini che per ore e ore hanno atteso il proprio momento per mettere la scheda nell’urna, ho capito che avremmo assistito da vicino a grandi cambiamenti che avrebbero coinvolto molte aree del mondo, a partire dall’Europa”.

Intervista rilasciata nel dicembre 2020
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Ambasciatore Armando Varricchio, lei ha una lunga esperienza diplomatica. Come è cambiata nel corso degli anni l’attività, la vita di colui che è chiamato ad assicurare i rapporti tra le autorità italiane e quelle del Paese in cui è accreditato?

Due aspetti. Il primo è certamente la velocità. La sfida è quella di riuscire a stare al passo delle veloci trasformazioni nel contesto di una visione globale. Nella mia esperienza ho maturato la convinzione che occorre sempre guardare avanti senza però smarrire il disegno, la visione, l’indirizzo globale del nostro operare da diplomatici. Talvolta siamo travolti da frenetiche attività in tempi sempre più stretti, ogni volta che affrontiamo una situazione dobbiamo risolverla e delinearne un possibile sviluppo. Tutto questo senza mai smarrire il disegno strategico della nostra missione. Basti pensare all’immenso flusso di informazioni dalle quali siamo sommersi in ogni momento della nostra giornata. Quando io ho iniziato la mia prima missione all’estero nel 1988, un’altra epoca, l’afflusso delle informazioni non era paragonabile a quello di oggi. È una sfida interessantissima caratterizzata dalla velocità ma anche da esigenze sempre più pressanti e interessanti, avanzate dai nostri referenti che sono non soltanto il Governo e più in generale le Istituzioni, ma tutti i cittadini italiani, le imprese, le diversificate organizzazioni che concorrono a determinare la complessità della nostra società. Da un Ambasciatore oggi ci si aspetta non soltanto capacità di visione strategica ma, e questo è il secondo aspetto importante, la capacità di ascolto di ciò che la società italiana chiede e genera: saper ascoltare le diverse voci ed esigenze che ci vengono trasmesse per riuscire a farne una sintesi e rappresentarle.
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Lei è stato Ambasciatore a Belgrado, da giovane diplomatico ha vissuto a Budapest testimone in quegli anni della dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica. Insomma ha avuto modo di conoscere la glasnost. Dallo sgretolamento di un blocco politico internazionale agli Usa, il Paese garante delle conquiste democratiche dell’Occidente. Quanto è stata forte la sua percezione di mondi diversi e in particolare in quali aspetti sociali e culturali? Possiamo ancora parlare di mondi così diametralmente opposti stante i cambiamenti avvenuti dal 1989 ad oggi?

Ricordo un bel libro pubblicato qualche anno fa che esaltava l’importanza della geografia, una disciplina che non è soltanto un dato oggettivo, ma è anche frutto della nostra immaginazione. Quando iniziai la mia carriera a Budapest mi fece riflettere il fatto che Trieste, questa nostra città bellissima affacciata sul golfo, fosse distante quattrocento chilometri da Budapest e da Milano, misure dello spazio fisico. Eppure, quando arrivai nella Capitale ungherese nel 1988, si aveva la sensazione di essere in un mondo diverso, al di là della famosa cortina di ferro. Una linea oltre la quale si entrava in un spazio completamente differente. Io in quell’epoca ebbi la fortuna di essere testimone di una radicale trasformazione di prospettiva. Il 1989 è una di quelle date che hanno segnato la storia, con lo scioglimento del Patto di Varsavia e poi dell’Unione Sovietica e l’inizio di quel processo che abbiamo chiamato allargamento dell’Unione Europea, ma che in realtà si presentava come la “riunificazione dell’Europa”. Mentre l’Europa avviava un complesso processo di riunificazione, la ex Jugoslavia era estranea a quel processo, si scioglieva in modo drammatico provocando guerre, inimmaginabili tragedie che hanno segnato per anni la vita di intere popolazioni. Pagine tragiche della storia del Vecchio Continente. Quando, anni dopo, sono arrivato a Belgrado nel ruolo di Ambasciatore, ho potuto constatare come il nuovo confine europeo avesse ancora bisogno di ricongiungersi alla propria “terra madre”. È effettivamente un lungo e faticoso processo che però deve progredire e, se possibile, anche più speditamente. Ma tornando alla geografia, il mondo oggi per definizione è piatto o, come si dice qui, “flat”. Tutto ormai è sullo stesso piano, non ci sono più questi confini artificiali che abbiamo tracciato nella nostra mente.
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Nella sua attività quotidiana quali sono le maggiori difficoltà nella rappresentanza, nel monitoraggio e nel governo dei rapporti tra l’Italia e Usa in un Paese così complesso, articolato e per molti versi contraddittorio?

Non le chiamerei difficoltà. Ho la grande fortuna di lavorare in un Paese che da sempre, da quando è nato, ha avuto un rapporto molto forte con l’Italia. La nascita di questo Paese ha una data precisa, certa.
Al di là del mito della fondazione, della scoperta, tema tra l’altro ancora oggi controverso, se pensiamo alla Guerra d’Indipendenza e alla creazione degli Stati Uniti d’America non possiamo dimenticare che i suoi Padri Fondatori furono attratti dalla cultura italiana, dal nostro pensiero illuminista, dalla nostra cultura giuridica e dalla storia del nostro Paese. Un riconoscimento alimentato dai milioni di Italiani che qui migrarono, contaminando fortemente la società americana cresciuta anche nel solco dell’italianità espressa nella cultura, nella gastronomia, nelle parole, nella storia, nell’arte… Ecco perché oggi c’è un rapporto così stretto, così profondo.
Senza essere retorico definirei quella tra l’America e l’Italia, una storia d’amore. Gli Stati Uniti guardano da sempre il nostro Paese con grande passione e ammirazione. Anche i momenti difficili nelle nostre relazioni sono stati superati con slancio proprio grazie a questa profonda ammirazione e conoscenza. Qualità e doti che ritroviamo oggi nell’America del 2020, segnata da profonde divisioni, da una società in grande fermento ma che non ha mai messo in discussione lo stretto legame con l’Italia.
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A proposito di Stati, lei opera in un Paese che ne riunisce 50. Facciamo un esempio, nel caso della terribile pandemia quali politiche comuni tutti gli Stati americani sono riusciti ad adottare?
E ancora, la pandemia non ha messo in risalto come alcune scelte quali le politiche per la salute debbano essere centrali?

Questo è un tema molto interessante. È bene tenere sempre presente che qui parliamo di 50 Stati, ciascuno con la propria individualità, con le proprie leggi che normano la vita dei cittadini e delle imprese. La vita di un cittadino americano è determinata molto di più da leggi, norme, procedure e regolamenti in vigore nel proprio Stato che dall’ordinamento e dall’organizzazione Federale di Washington. La lotta al Covid-19, nonostante segnali positivi, soprattutto in relazione ai vaccini, è ancora in corso, la sfida non è ancora stata vinta. Ma la pandemia ha messo in evidenza la necessità di rafforzare gli strumenti di coordinamento, sia a livello centrale che sul piano internazionale. Un virus non conosce frontiere e nel caso dell’America, protetta dai due oceani, la circolazione del virus avviene all’interno di questo vastissimo spazio. Per cui emerge con forza la necessità di un coordinamento con norme e procedure che siano adottate a livello centrale, senza però intaccare la grande autonomia dei singoli Stati. Perché nell’atto fondativo degli Stati Uniti d’America vive la decisione delle allora singole colonie, poi diventate Stati, di cedere parte del proprio potere a un’organizzazione centrale, al contempo conservando gelosamente il primato della propria autorità sul territorio di competenza. Tutto ciò è chiaramente testimoniato dall’organizzazione e dalle forme dell’esercizio democratico più simbolico: il diritto al voto. Come abbiamo potuto constatare anche nell’elezioni presidenziali dello scorso novembre, le leggi che governano le modalità di voto sono determinate da ogni singolo Stato, che contribuisce per la propria parte all’elezione del Presidente. La gestione sanitaria della pandemia, che qui ha provocato centinaia di migliaia di vittime, ha aperto un dibattito molto sentito sulla necessità di rafforzare un coordinamento centrale. È stata istituita una task force a livello nazionale e io mi auguro che questi provvedimenti restino operativi anche dopo la pandemia, e possano operare sempre nei casi di grandi emergenze.
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Potrebbe inquadrare lo stato dei rapporti commerciali e imprenditoriali tra USA e il nostro Paese? Quali sono i settori predominanti e quelli con più ampi margini di crescita?

Negli ultimi due anni l’interscambio di beni e servizi ha superato i 100 miliardi di dollari. Un dato impressionante e per altro molto equilibrato nei settori, a cominciare dalla meccanica. Un ammontare che talvolta colpisce coloro che non conoscono bene i rapporti tra i nostri Paesi. Noi siamo fondamentalmente un paese di ingegneri, un paese di manifattura, ricordiamoci sempre che siamo la seconda industria manifatturiera d’Europa. Vi sono poi altri due settori di tradizionale forza europea, la chimica e la farmaceutica e, a seguire, l’agroalimentare, il fashion e tutto cio’ che chiamiamo “stile di vita italiano”, senza dimenticare l’automobile, con l’esportazione sia dei nostri marchi sia della componentistica per i principali gruppi automobilistici mondiali, che hanno impianti produttivi negli Stati Uniti.
Ma i settori che vedo maggiormente proiettati verso il futuro sono sostanzialmente tre. Il primo è quello legato al tema generale dell’innovazione, con un particolare riferimento alle economie dello spazio. L’Italia è stato uno dei primissimi Paesi che ha avviato una collaborazione scientifica nel settore spaziale con gli Stati Uniti fin dal 1962, nel momento in cui venne lanciata la grande sfida di Kennedy all’allora Unione Sovietica. Oggi assistiamo a una fase di nuovo sviluppo scientifico e tecnologico dedicato allo spazio. Gli Stati Uniti sono il Paese dell’innovazione, e le tecnologie spaziali rappresentano il futuro. Ma sono convinto che anche la chimica e la farmaceutica in particolare abbiano grandissime prospettive di crescita. Credo che la crisi pandemica abbia permesso alle imprese di comprendere come il settore farmaceutico sia in grado di generare non soltanto grande profitto e crescita, ma anche di portare innovazione. Chiuderei con un terzo settore di eccellenza dell’Italia: energia pulita e rinnovabile. In questi anni qui si è sviluppata una forte sensibilità politica per i cambiamenti climatici, il miglioramento delle condizioni dell’ambiente e quindi la necessità di dotarsi di energia sempre più pulita. Sul territorio americano stanno già lavorando molte aziende italiane, a partire da Enel ed Eni, e un importante impulso a questo settore sarà dato dalla nuova Amministrazione Biden, che considera l’ambiente uno dei temi trainanti e innovativi del futuro.
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A questo proposito, quali opportunità ma anche criticità potrebbe avere un imprenditore italiano, non necessariamente un grande gruppo, che volesse avviare un’attività negli Usa, considerato dai più “il Paese delle infinite possibilità”?

Quello statunitense è un grandissimo mercato, con altrettanta capacità di spesa, e risorse finanziarie notevoli. Non solo, è caratterizzato anche da un sistema normativo che garantisce le imprese, ma che va ben compreso, sia a livello federale che statale, possibilmente con l’aiuto di partner locali, perché questo Paese non perdona l’improvvisazione. Gli Stati Uniti sono però anche un Paese libero, che non necessita di filtri nè impone forme d’intermediazione locale come condizione per fare impresa. Abbiamo una grande opportunità oggi nel settore del commercio, tramite la diffusione delle piattaforme della distribuzione, che stanno diventando canali essenziali per assicurare l’accesso a mercati sempre più grandi e a larghe fasce di consumatori. Uno strumento del quale potrebbero beneficiare anche le piccole aziende, che non hanno catene logistiche di distribuzione paragonabili ai grandi gruppi. Questo è un elemento molto importante che stiamo incoraggiando, grazie anche alla nostra rete che conta, oltre all’Ambasciata, nove Consolati, cinque uffici Ice (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), l’ente per il turismo (ENIT), insomma una rete di sistema dedicata alle imprese. Questo ci ha permesso di registrare una forte crescita degli investimenti italiani negli Stati Uniti. Molte nostre aziende non soltanto fanno acquisizioni, ma entrano qui con proprie strutture per poter essere competitivi in un mercato di riferimento.
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Amazon, Google, Microsoft, tutto l’universo della Silicon Valley governano i dati di gran parte dei cittadini del mondo. A suo avviso perché l’Europa e le società europee non sono riuscite ad imporsi nel mondo ICT, Digital? Quali sono state le condizioni che hanno consentito a Marl Zuckerberg Bill Gates, Jeff Bezos di costruire i loro colossi big tech in Usa e in Europa non abbiamo eguali?

Lei ha introdotto una parola chiave, europeo. Non è soltanto una criticità italiana, piuttosto europea, se non globale. La Baia di San Francisco è stata pensata nel tempo come l’unica area al mondo in grado di aggregare grandi e prestigiose università, mettendo insieme la ricerca accademica con la voglia di impresa, di dare vita a nuove aziende. Oggi le chiameremmo startup.
Aziende che nascono e muoiono a velocità sostenuta, ma che hanno una grande vitalità. Con una caratteristica che per ora è molto difficile da replicare, e che chiama in causa il capital venture (capitale di rischio), la capacità di raccogliere fondi per delle “avventure imprenditoriali”. Le chiamo così perché a fianco dei tantissimi successi poi divenuti marchi globali, dobbiamo registrare il cosiddetto “cimitero delle idee”, quei progetti che non si sono sviluppati e trasformati in aziende. Tutto questo non è vissuto come una sconfitta, ma come un necessario percorso verso il successo. Quindi c’è un elemento culturale molto forte, quello di essere aperti al futuro, nella consapevolezza che molte idee non necessariamente produrranno dei risultati industriali. Tra queste avventure qualcuna potrebbe avere grande successo.
E questa certamente è una straordinaria caratteristica di questo sistema. Le grandi riviste internazionali che negli anni hanno cantato erroneamente l’epitaffio della Silicon Valley hanno dovuto ricredersi perché, ancora oggi, questa regione rimane vitale e capace di replicarsi in altre zone degli Stati Uniti, come per esempio nell’area di Austin in Texas oppure, in campo biomedico, nell’area di Boston nel Massachussetts, dove si sono insediate grandissime università a partire dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) e dove registriamo anche la presenza di moltissimi fondi che investono in nuove startup. Ma la Baia di San Francisco rimane ancora in qualche modo un unicum. Proprio in quell’area, stiamo peraltro istituendo un centro di innovazione che, mettendo insieme istituzioni pubbliche e aziende, intende proporsi quale punto di riferimento per tante imprese impegnate nell’innovazione e nella ricerca. Vorrei infine ricordare che anche nella Silicon Valley da sempre si parla italiano. I primi ingegneri che hanno contribuito a far nascere lo straordinario serbatoio di idee trasformatesi poi in prodotti venivano dal Centro Studi Olivetti. Ancora oggi abbiamo una presenza fortissima italiana d’eccellenza, una presenza scientifica che conta negli Stati Uniti 15mila studiosi e ricercatori. Molti di questi accademici sono anche imprenditori che hanno dato vita a startup, spin-off che mantengono un rapporto con l’università, con i laboratori e con le aziende del territorio.
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La mattina del 20 gennaio alle ore 12.00 a Washington davanti al Campidoglio, Joe Biden giurerà da Presidente degli Stati Uniti assumendo così la guida del Paese. Su quali basi la nuova amministrazione Biden intende strutturare i rapporti USA-Europa a partire dai fora multilaterali come il G20, di cui l’Italia ha assunto la presidenza il mese scorso?

Ha fatto bene a ricordare i rapporti con l’Europa, perché quella che verrà sarà una fase in cui il Presidente Biden guarderà con rinnovato interesse all’Europa e ai rapporti transatlantici. Tali rapporti non dovranno semplicemente essere consolidati, ma, a mio avviso, anche rilanciati. Sarà molto importante dare un contributo positivo a questo processo. Mai come oggi, ci rendiamo conto che le grandi sfide che siamo chiamati ad affrontare necessitano di un rapporto molto stretto tra Europa e America, a partire dai dossier globali come l’energia, l’ambiente, la salute, la sicurezza, nonché la capacità di gestire insieme in maniera strategica i rapporti con il nuovo grande protagonista della scena internazionale, la Cina. Sarà molto più semplice gestire i rapporti con Pechino se Europa e Stati Uniti lavoreranno insieme. Nel 2021 l’Italia avrà un ruolo di primo piano sulla scena internazionale perché avrà la responsabilità di presiedere il G20 e, insieme alla Gran Bretagna, la 26° Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26), un appuntamento molto importante per verificare come gli Stati aderenti abbiano assolto i propri impegni nella lotta al cambiamento climatico.
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Qual è un possibile scenario nel medio periodo nei rapporti tra Stati Uniti-Europa e Cina?

Dobbiamo innanzitutto considerare la Cina non più solo come un grande mercato, un’opportunità commerciale senza limiti. Oggi la Cina ha preso piena coscienza di sé, del proprio ruolo mondiale conquistato negli ultimi decenni. Per questo credo sia fondamentale coinvolgere la Cina nei processi decisionali globali. Noi vogliamo e dobbiamo collaborare con la Cina, ma allo stesso tempo occorre affermare in maniera chiara e netta i nostri principi e i valori della democrazia, della difesa dei diritti dell’uomo, e della libertà individuale. A questo proposito è bene ricordare che le nuove tecnologie hanno un potenziale enorme, possono produrre dei cambiamenti straordinari e migliorare la nostra qualità della vita, ma allo stesso tempo hanno anche la capacità di condizionare le nostre libertà individuali. Questo è un tema che come italiani, come europei, eredi dei grandi pensatori che hanno scritto pagine bellissime sulla libertà dell’individuo, abbiamo il dovere di riaffermare sempre, anche in futuro. Non possiamo sottovalutare il “trade-off”, lo scambio, tra l’ambizione di voler migliorare la qualità della nostra vita grazie alla tecnologia, e la necessità di preservare tutto ciò che caratterizza le democrazie dei nostri paesi. Valori fondamentali che devono orientare le nostre azioni.
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A proposito dei rapporti con la Cina, negli ultimi mesi il 5G ha creato non pochi problemi…

Il 5G è proprio un esempio di quanto detto prima. Abbiamo a che fare con una straordinaria tecnologia che non solo incide sulla velocità di trasmissione di dati e informazioni, ma allo stesso tempo rischia di rendere vulnerabili i nostri dati più sensibili. Oggi le nuove reti non soltanto trasmettono dati ma in qualche modo si appropriano di informazioni. È essenziale quindi che ci sia non soltanto velocità, ma anche fiducia, perché come sempre quando si condivide, che sia un bene o che sia un’idea, in qualche modo ci si deve fidare del nostro interlocutore. Il 5G è un esempio di tecnologia che ha un impatto diretto sull’organizzazione della nostra vita come persone, come individui e come comunità.
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Le elezioni americane sono state in Italia, oltre alla pandemia, al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. In un Paese grande come gli Stati Unti, il sistema democratico ha tenuto confermando il ruolo degli Stati Uniti alla guida delle democrazie occidentali?

Assolutamente sì. Questo Paese ha un rispetto sacro delle proprie leggi a partire da quella fondamentale, la Costituzione. A differenza della nostra, la Costituzione americana ha solo sette articoli e un numero limitato di emendamenti. Un sistema basato su pesi e contrappesi. Non è un caso che questo Paese dalla sua fondazione abbia sempre vissuto nell’alveo della democrazia. Le scorse elezioni presidenziali di novembre, al di là delle considerazioni politiche che non sono oggetto della nostra conversazione, hanno messo in luce che le modalità di voto, le procedure attraverso le quali il voto viene espresso e gli stessi processi di scrutinio delle schede elettorali, richiedono sicuramente delle migliorie, degli accorgimenti per superare alcune criticità. Ma il sistema in quanto tale ha retto dal punto di vista della sua organizzazione.
Quando centosessanta milioni di persone votano, come è accaduto nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre, stabilendo un record assoluto nella storia degli Stati Uniti, vuol dire che centosessanta milioni di cittadini hanno creduto nella possibilità di decidere le sorti del proprio Paese con quell’atto democratico per eccellenza che è il voto. E questo è importantissimo. Se qualcuno oggi parla e scrive nel mondo di disaffezione nei confronti dei sistemi democratici o nei confronti della capacità di cambiare e di decidere da parte dei singoli individui, le elezioni americane hanno dimostrato che le cose non stanno così. Perché mai era successo che cittadini americani si mettessero per ore in fila, in tempo di pandemia, accettando con pazienza di perdere ore e ore del proprio tempo per garantirsi la possibilità di deporre la propria scheda elettorale nella mitica e antica urna. Questo è la dimostrazione del grande valore della democrazia, ogni cittadino ha nel proprio voto il più straordinario strumento di potere che possa esercitare.
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Cosa ci aspettiamo dal 2021?

Credo che l’anno appena iniziato possa essere un anno di grandi opportunità. Lasciamo il 2020 segnato da tragedie e drammi causati principalmente dalla pandemia. Mai come in questo caso vale la pena citare un adagio americano “never waste a good crisis”: mai sprecare una buona crisi. E proprio nei momenti di crisi bisogna trovare la forza, l’immaginazione per guardare avanti e imparare dagli errori. Qualcosa non ha funzionato, le nostre società si sono fatte trovare impreparate di fronte a questa sfida chiamata Covid-19, ma ne vogliamo uscire tutti più forti e consapevoli che la ricetta migliore per prepararsi al futuro è lavorare insieme, perché nessuno di noi è un’isola.
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Kamala Harris è la prima donna vice-presidente alla Casa Bianca. Dove nasce il suo esteso consenso? E cosa simboleggia per la democrazia americana?

Ho avuto la fortuna di conoscere Kamala Harris, è stata ospite nella mia residenza. È una donna di grande carisma, energia e simpatia personale. Rappresenta una storia bellissima, figlia di immigrati di due culture diverse, padre giamaicano e madre indiana. Due accademici ricercatori di San Francisco, area di grande libertà intellettuale e capacità di guardare all’innovazione, al futuro.
Kamala Harris è cresciuta in questo contesto, ha dimostrato di essere una procuratrice molto agguerrita e sicuramente rigorosa, ha lavorato in Senato e sarà la prima donna alla Casa Bianca. Questa scelta di Biden ha portato grandissimo entusiasmo e altrettanta energia.
Dimostra come la società americana sia sempre più attenta alla diversità e sia consapevole del ruolo sempre più importante che svolgono le donne. Un messaggio molto positivo, di speranza.

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