Elly Schlein

Vice Presidente della Regione Emilia Romagna

Riuscire ad intervistare in questi giorni Elly Schlein, Vice Presidente della Regione Emilia Romagna, è stata una vera e propria impresa. Alle sue giornate già scandite dalle molteplici attività amministrative si sono aggiunte le numerose iniziative di protesta contro l’invasione dell’Ucraina e l’organizzazione delle relative attività di aiuti e solidarietà per i profughi in fuga dalla guerra. Un conflitto nel cuore dell’Europa dagli sviluppi e conseguenze a oggi imprevedibili. Di certo ci sono solo migliaia di morti tra i civili, compresi bambini e militari, e il possibile esodo di oltre 4 milioni di cittadini ucraini. Ma per Elly Schlein questa guerra ha un significato particolare e personale.

“Si è vero, in Ucraina, nella zona di Leopoli, ha le sue origini la famiglia di mio padre. È un territorio che già in passato ha conosciuto quattro o cinque diverse dominazioni. Sembra che la storia non abbia insegnato nulla. In quell’area della Galizia si sono stanziate nel corso dei secoli popoli dalle culture ed etnie diverse che nonostante tutto quello che è accaduto, compresa la più vicina guerra dei Balcani, non hanno ancora fatta proprie la cultura del dialogo, del confronto, della pacifica convivenza”.
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Vice Presidente Schlein, non avrei mai pensato di iniziare il nostro incontro chiedendole quale fosse la sua lettura dei drammatici eventi di guerra che hanno avuto inizio con l’invasione dell’Ucraina.

Siamo di fronte ad una aggressione criminale nei confronti di uno Stato indipendente la cui sovranità si vuole cancellare. In questo momento non è neppure possibile prevederne gli sviluppi, immaginare conseguenze e ripercussioni sulle politiche internazionali. Per ora di certo ci sono solo distruzioni e violenze inaudite nei confronti della popolazione civile. Quando viene bombardata una scuola, un ospedale, un orfanotrofio, provocando la morte dei più deboli a partire dai bambini, lo sgomento è la prima reazione di tutti noi. Facciamo fatica a pensare che tutto ciò potesse accadere anche vicino a noi, nel cuore del nostro continente, come purtroppo accade da anni in altre diverse parti del mondo. Io credo che sia stato un errore strategico quello di Putin, non solo oggi si trova isolato ma è riuscito a mettere in forte imbarazzo anche alcuni suoi storici alleati. Una follia oltre che un errore, una scelta propria di un uomo che ha smarrito la lucidità, almeno così mi appare. Credo inoltre che non immaginasse la forte resistenza del popolo ucraino che sta difendendo il proprio diritto di esistere come Paese.
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Cosa sta insegnando all’Unione Europea questa tragedia che si sta consumando nel cuore del Vecchio Continente?

Innanzitutto che non possiamo dare per scontata la pace. Sono passati 27 anni dall’ultimo conflitto interno all’Europa, nonostante i processi d’integrazione che probabilmente hanno permesso di evitare nuovi e diversi conflitti. Ma è giusto sottolineare allo stesso tempo che non siamo riusciti nell’impresa di scongiurare focolai di guerra in territori prossimi ai nostri confini. Questo vuol dire che si devono intensificare gli sforzi di dialogo e cooperazione, di costruzione di ponti, di pace e non di muri. A fronte di questa tragedia che si sta lentamente consumando ai danni del popolo ucraino, devo confessare che mi hanno sorpreso le grandi mobilitazioni contro la guerra che si sono svolte in tutto il mondo in questi giorni. È una prima risposta popolare, trasversale ad ogni forma di orientamento politico e religioso. È la risposta della gente comune, dei giovani, di chi vuole costruire il proprio futuro in un contesto di convivenza civile e pacifica. In poche ore anche qui a Bologna oltre diecimila cittadini si sono organizzati per promuovere una grande manifestazione, caratterizzata dai colori della pace e dalle bandiere dell’Ucraina, uniti nel chiedere ai potenti del mondo: fermate la guerra. Ma abbiamo anche il dovere di essere solidali nei confronti del popolo russo che in oltre 50 città della Federazione ha organizzato manifestazioni contro l’invasione, culminate con migliaia di arresti da parte delle forze dell’ordine locali. Ogni gesto, atto, parola contro il regime di Putin vengono violentemente soffocati. Dimostrazione che la Russia non è un paese democratico oltre che, in questa fase essere protagonista di un’invasione militare di un altro Paese.

La pace, la solidarietà, il dialogo, la cooperazione e la convivenza tra diversi, questi sono e devono continuare a costituire il sistema valoriale della comunità internazionale a partire da noi. L’Unione Europea è rimasta spesso incompiuta su alcuni versanti. Lo dico da federalista europea convinta. Questi decenni di storia sono stati caratterizzati da luci e ombre: il progresso ha portato al miglioramento delle condizioni materiali delle persone che vivono nell’Unione ma, allo stesso tempo, sono fortemente aumentate le diseguaglianze e l’incapacità di dare risposte condivise alle criticità che non possono essere risolte all’interno degli stretti confini nazionali. E da questo punto di vista la politica estera è un vulnus dell’UE perché è una delle politiche che i diversi Paesi non hanno voluto mettere in comune, in un mondo in cui l’espressione muscolare di grandi potenze rende debole la voce della singola nazione per quanto possa essere solida. L’incapacità di avere una sola voce comune e forte in politica estera ha impedito all’UE di esercitare, come dovrebbe e potrebbe, un ruolo di mediazione e un contributo costruttivo in seno alla comunità internazionale per la risoluzione pacifica di controversie e conflitti ancora drammaticamente aperti nel mondo, come in Siria, in Libia, in Afghanistan…
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Dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine dell’Urss, lo scioglimento del Patto di Varsavia con la conseguente nascita nell’Europa dell’Est di nuovi Stati, non si è forse sottovalutato da parte dell’Occidente che all’interno delle nuove entità statuali vivessero comunità, etnie, diverse anche da un punto di vista religioso e che queste diversità senza un vero processo di dialogo democratico avrebbero potuto generare nuovi conflitti, seppur regionali?

Si forse lei ha ragione. In un mondo così interconnesso bisogna, a partire dal governo dei territori, riconoscere che ormai viviamo in società multiculturali e quindi bisogna mettere in campo delle politiche e pratiche che facilitino l’inclusione sociale delle diversità piuttosto che costruire muri di separazione ed emarginazione che poi possono originare anche una polarizzazione violenta. È una storia conosciuta anche dalle nostre parti, in Occidente. Anche negli Stati Uniti c’è stata un recrudescenza negli anni passati di suprematismo bianco e per contro mobilitazioni importanti antirazziste come il movimento Black Lives Matter. Tutto ciò mi fa dire che siamo in mondo fragile, viviamo in democrazie fragili e di questo dobbiamo essere consapevoli. Questo è un amaro insegnamento per l’Unione Europea in relazione ai valori della democrazia sulla quale si è fondata e ha costruito la sua storia. Valori che non possiamo mai dare per scontati che implicano uno sforzo quotidiano per rafforzarli, per praticare il dialogo, l’inclusione, la cooperazione.
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Adesso è però l’ora della solidarietà, dell’aiuto, oltre la necessaria attività diplomatica…

È vero dobbiamo avviare, oltre alla vicinanza, l’aiuto anche materiale, la solidarietà verso le persone che stanno vedendo il proprio futuro a rischio, che stanno abbandonando le proprie case, i propri affetti costretti tragicamente a contare le vittime di chi è rimasto a combattere contro le forze militari russe che hanno invaso il loro Paese. Adesso dobbiamo preoccuparci anche di assistere e accogliere chi sta fuggendo. Si stima un esodo di oltre 4milioni di cittadini ucraini. In Emilia Romagna stiamo già predisponendo con tutti i nostri sindaci piani di accoglienza soprattutto di donne e bambini perché, come è noto, gli uomini sono rimasti a difendere la propria terra. Stiamo facilitando ricongiungimenti familiari in quanto anche nella nostra Regione abbiamo una forte comunità ucraina per questo è importante aprire corridoi umanitari sicuri.
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Le chiesi l’intervista perché lei potesse raccontare ai nostri lettori La Strategia regionale Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e il Patto per il Lavoro e il Clima, ma inevitabilmente abbiamo iniziato parlando di guerra. Ora possiamo parlare dei Patti relativi alla vostra strategia regionale. Ciò che emerge da una sommaria lettura della documentazione pubblica a mio avviso il filo rosso che legittima gli interventi previsti è rappresentato dal superamento delle diseguaglianze. Cosa lei intende per diseguaglianze?

È assolutamente un’ottima domanda. Sicuramente vi sono profili più competenti del mio per risponderle in modo pertinente su come misurare e quantificare le diseguaglianze. Queste possono essere di tanti tipi, non esiste una macro categoria. Vi sono quelle sociali che sono in parte anche diseguaglianze economiche e queste si vedono molto facilmente nelle nostre società. Se guardiamo per esempio ai dati globali Oxfam del 2020 rileviamo che le 26 persone più ricche al mondo detengono la stessa ricchezza materiale dei 3,8 miliardi delle persone più povere del pianeta. Questa è una rappresentazione anche numerica della diseguaglianza, del rapporto tra chi sta bene e chi sta peggio. A quelle economico-sociali, che purtroppo sono aumentate nella crisi del 2008/2009, si sono aggiunte quelle conseguenti la pandemia. In particolare lo testimoniano i dati sull’occupazione: nonostante il blocco dei licenziamenti voluto dal nostro Governo, si sono persi migliaia di posti di lavoro, soprattutto di donne e giovani. Questo perché avevano contratti precari instabili. Vi sono anche le diseguaglianze territoriali. Noi per esempio siamo una regione che, pur essendo ormai stabilmente la prima in Italia per crescita del Pil, ha visto acuirsi dei divari soprattutto tra i territori. Una cosa sono i grandi centri urbani della via Emilia altra sono i territori montani del nostro Appennino così come quelli interni della bassa ferrarese. Differenze che si vedono anche negli indici sociali economici e culturali di sviluppo, di occupazione femminile e così via. Poi ci sono altre diseguaglianze, non meno importanti, quelle di genere. Basta studiare i dati relativi al divario salariale, occupazionale e le diverse opportunità di carriera. In Europa, secondo la Commissione, le donne percepiscono il 14,1 % in meno degli uomini a parità di mansioni, per non parlare dell’occupazione che penalizza altrettanto le donne. In Italia il divario salariale è stato mitigato in parte dalla contrattazione collettiva, ma occorre fare molto di più. Altrettanto inique le opportunità di carriera nella vita professionale delle donne. Se analizziamo il numero di rettrici nel nostro Paese, la presenza femminile tra le figure apicali di aziende private e pubbliche, così come in politica, le diseguaglianze di genere sono palesi. Un dato che mi ha fatto sempre riflettere è quello segnalato dalla Commissione Europea qualche anno fa secondo il quale le presenze delle donne nei Consigli d’Amministrazione delle società quotate in borsa sono solo il 4,7%. Poi si possono adottare strumenti come abbiamo fatto in Italia con la legge Mosca che ha prodotto un avanzamento passando in un decennio dal 8% al 36%. Infine ci sono le diseguaglianze che l’ex Ministro Fabrizio Barca chiama “di riconoscimento”, quella condizione avvertita nelle aree interne montane, aree di marginalità per le quali appare evidente il non riconoscimento, la non conoscenza, la non visibilità da parte del potere politico, giudiziario ed economico. Se noi dovessimo leggere attentamente le mappe dei flussi di voto che hanno stupito per non dire sconvolto l’Europa e il mondo in questi ultimi anni, pensiamo solo per esempio alla Brexit, e sovrapponiamo questi dati incrociati di diseguaglianze sociali e territoriali, abbiamo molto sul quale riflettere. Non solo chi fa politica ma anche e soprattutto chi amministra e può proporre delle politiche, come abbiamo voluto declinare nel nostro Patto Regionale per il Lavoro e il Clima. Politiche redistributive in grado di accorciare questi divari, capaci di ricucire queste distanze. Per ottenere questo risultato bisogna innanzitutto ascoltare e conoscere i diversi bisogni delle comunità tenendo presente le differenze anche geografiche. Il bisogno abitativo, per esempio, per chi vive sull’Appennino modenese è diverso da quello di coloro che vivono nel centro di Bologna. Per cui se io nella mia attività di governo mi baso sugli indicatori di Bologna e li dovessi replicare a tutta la Regione, non faccio altro che aumentare le diseguaglianze. Per questo bisogna ascoltare le esigenze delle diverse comunità per capire come differenziare le risposte e solo così potrò avere anche l’effetto di ricucire questi divari contribuendo a un maggiore equilibrio e benessere dell’intera comunità regionale.
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Clima e lavoro guidano nel vostro Piano Strategico le linee programmatiche con l’obiettivo di raggiungere i 100 target che vi siete prefissati. Nel nostro Paese è sempre stato difficile, se non impossibile, coniugare lavoro/industria e compatibilità ambientale. Come siete riusciti a declinare progetti nel rispetto di queste due importanti dimensioni e valori per le vostre comunità?

Questo è il dato essenziale del documento che è innanzitutto un metodo che la Regione Emilia Romagna ha adottato da prima, nel Piano per il lavoro che è stato siglato nel 2015 con tutte le parti sociali e i territori. Quel Piano ci ha permesso di affrontare la crisi post 2011, di tenere vivo un tavolo di confronto partecipato e permanente su alcune scelte politiche strategiche, aiutandoci a gestire insieme momenti congiunturali sfavorevoli che ci sono stati. E i risultati si sono visti: la disoccupazione dal 9% del 2015 è scesa fino al 4% dei primi mesi del 2020 pre pandemia in seguito della quale è risalita di qualche punto in percentuale. Entro il 2025 contiamo, crisi internazionali ed energetiche permettendo, di riportarla a livelli ancora più bassi, direi quelli che vengono considerati fisiologici. Questo metodo parte dalla consapevolezza che da soli noi come Regione e anche come Comuni non potremmo realizzare tutti gli obiettivi che ci siamo preposti in quel Patto, ma è importante che ciascuno faccia la propria parte. Quindi ci siamo seduti al tavolo con 55 organizzazioni: dalla Regione ai Comuni e alle Province, dalle università alla ricerca alla scuola, dalle imprese ai sindacati, dalla rappresentanza del terzo settore e, per la prima volta, alle organizzazioni ambientaliste qualificate come Legambiente. Una presenza, quella delle associazioni ambientaliste, che ha legittimato la necessità di un Patto per il Clima. Abbiamo voluto in questo modo tenere ferma la convinzione che occorre uscire dalla contrapposizione tra il diritto al lavoro e il diritto a un ambiente sano, dando vita a politiche che possano ridurre l’impatto delle attività umane sull’ambiente. Ascoltare anche quelle voci ha significato per tutti rendersi consapevoli che le tematiche ambientali non sono secondarie a quelle dell’impresa e dell’economia. Uno sforzo di maggiore conciliazione che ci ha permesso di identificare obiettivi condivisi: i cento target previsti nel Piano.
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Perché tutto ciò è avvenuto nel bel mezzo della pandemia?

Sapevamo che sarebbero arrivate straordinarie risorse finanziarie previste dalla Next Generation EU che, guarda caso, sono orientate verso tre priorità intrecciate tra loro: la transizione ecologica, la trasformazione digitale e la coesione sociale. L’Emilia Romagna forte di quella tradizione di confronto e dialogo con tutte le parti sociali si è data anche altri obiettivi strategici condivisi che partono dai saperi e dalle conoscenze per i quali vogliamo investire il 3% del Pil sulla ricerca e l’innovazione anche grazie ai fondi strutturali europei. Vorremmo sviluppare nuove competenze e saperi per accompagnare la transizione ecologica e digitale. Questi processi sono già avviati in diversi settori della nostra società. Il nostro obiettivo è quello di ricominciare a governarli e accompagnarli per non correre il rischio che lascino indietro proprio chi lavora. Se non dovessimo fare così quei divari di cui parlavamo prima rischierebbero di crescere. Lei pensi ai lavoratori rider o a quelli della Gig Economy che costituiscono se vuole un paradosso: l’innovazione tecnologica che facilita le nostre vite produce sacche di lavoro povero. In Emilia Romagna diciamo di no, non possiamo tollerare che ciò avvenga in nome dell’innovazione tecnologica.

A Bologna hanno provato a scrivere una Carta del Lavoro Digitale, un esempio che potrebbe essere portato anche a livello nazionale. Non si è inventato nulla, semplicemente si è presa ad esempio la Spagna dove hanno deciso che di fatto c’era la presunzione di lavoro subordinato perché quei lavoratori in realtà non erano liberi di gestirsi il proprio tempo come un professionista autonomo. Ecco a cosa penso quando dico che taluni processi dobbiamo saperli governare e accompagnarli. Dobbiamo lavorare assiduamente per comporre interessi diversi, cercando una sintesi alta e darci obiettivi condivisi sui quali orientare le risorse regionali, quelle nazionali in arrivo e quelle europee del Next Generation EU ai quali si aggiungono quelli strutturali della Comunità Europea. Noi siamo la prima regione che a gennaio ha approvato i due programmi Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) e Fse (Fondo sociale europeo). Quindi primo obiettivo strategico saperi e conoscenze per accompagnare le transizioni; il secondo è avviare la transizione ecologica che da un lato riconosca che dobbiamo assolutamente decarbonizzare i nostri territori, uscire dalla dipendenza dalle fonti fossili e dall’altro provare a sviluppare attraverso la transizione ecologica nuovi lavori di qualità, nuove imprese. C’è un vasto settore di aziende italiane che sta già innovando anche nel nostro territorio.

Penso all’economia circolare che è conveniente non solo per le imprese. Ciò che oggi è un rifiuto e rappresenta un costo per tutti se io lo recupero, lo riciclo, lo scambio con altre aziende in filiere regionali della circolarità io risparmio. Lo stesso risultato lo si può ottenere con l’efficientamento energetico, l’ecobonus e altre misure. Sono certa che il governo di questi processi può garantire l’efficientamento della transizione ecologica che mira a salvare il pianeta. La scienza ci dice che non abbiamo più tanto tempo. Oggi l’Europa ha dato una risposta concreta a chi obiettava “…ma come pagheremo questa transizione?”. Ora possiamo rispondere che tutto quanto indicato nel nostro Piano Strategico è possibile attuarlo grazie alle risorse straordinarie messe a disposizione dalla Comunità Europea, un evento senza precedenti. È chiaro che starà a noi dimostrare di spendere bene e in fretta.
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Le vostre comunità regionali, i vostri cittadini hanno compreso questo grande sforzo?

È un lavoro quotidiano. Diciamo che oggi c’è maggiore attenzione e sensibilità di prima sulla crisi climatica in corso. Chi sta pagando ancora una volta il prezzo di questa crisi sono le fasce più fragili della società. Colpisce tutti, ma più duramente coloro che hanno meno. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle con la vicenda dell’Ilva di Taranto ma anche fuori i nostri confini nazionali. I Paesi in via di sviluppo, che paradossalmente meno hanno contribuito al riscaldamento globale, stanno pagando maggiormente in termini di desertificazione dei loro territori. Registriamo si una maggiore consapevolezza, ma la parte più difficile è far capire che tutto ciò implica un cambiamento dei nostri comportamenti e qui entra in gioco la politica. In Emilia Romagna abbiamo iniziato a rendere gratuito il trasporto pubblico locale per i giovani fino ai 14 anni poi dai 14 ai 19 con criteri di progressività Isee, ottenendo due risultati: il risparmio delle famiglie e l’utilizzo per muoversi del mezzo pubblico meno inquinante. L’abbonamento gratuito può anche essere usato non solo per la scuola ma anche per il tempo libero. Si tenta di tenere insieme la questione sociale e ambientale. È lo stesso motivo per cui stiamo facendo un investimento di 20 milioni per la riqualificazione delle case popolari, perché anche le persone di fascia di reddito più bassa, dai 0 ai 17mila ISEE, sentono molto l’incidenza incidenza della bolletta. Se i provvedimenti che abbiamo assunto permettono un sensibile risparmio allo stesso tempo otteniamo una attenuazione delle emissioni di CO2, provocate dal riscaldamento di quegli impianti e di quelle case che spesso sono vetusti. Si prova a tenere insieme tutti invece di alimentare un conflitto sociale. Se, per esempio, a Taranto fossero intervenuti per tempo quando il problema era chiaro da 15-20 anni. Se allora si fosse pensato a un piano di riconversione da studiare con tutte le parti sociali, con le imprese, con la città e tutte le comunità locali, se si fossero dati per tempo degli step raggiungibili e sempre monitorati, oggi forse il problema sarebbe risolto. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine e a pagarne le conseguenze sono sempre i più deboli. Dai noi si cerca di trovare delle strade condivise, non sempre è facile neppure il rapporto con il sindacato, però questo è un territorio dove abbiamo visto parte dello stesso sindacato partecipare allo sciopero per il clima insieme ai giovani, agli studenti, ai ventenni. Questo è un segnale culturale di cambiamento, un’opportunità. Se uniamo questa consapevolezza alle risorse economiche della Next Generation EU e del Green Deal, da coloro che non abbiamo convinto con le argomentazioni possiamo ottenerne il consenso con il corretto utilizzo di queste risorse economiche, per offrire nuove opportunità di lavoro anche qualificato. I settori delle green economy sono per lo più ad alta intensità di lavoro, dalla cura alla manutenzione del suolo, alla produzione di energia pulita e rinnovabile. La Regione ha promosso 4 milioni di nuove piantumazioni per i quali la manutenzione, accompagnata a quella del territorio, può offrire opportunità di lavoro qualificato così come per le infrastrutture verdi.

Non solo, citando un altro settore che può generare profitto e lavoro, Ho avuto modi di leggere una recente ricerca sul cicloturismo e mi ha impressionato una stima secondo la quale in Austria, per 1 km di percorso dedicato sui versanti strategici si possono generare nuovi 4 posti di lavoro. Stiamo parlando di un settore considerato di nicchia che comunque fattura in Europa, indotto compreso, 40miliardi all’anno. Fare uno sforzo verso un’idea di turismo più accessibile e sostenibile per l’ambiente, vuol dire immaginare nuove opportunità d’impresa soprattutto per i giovani che hanno dimostrato una forte sensibilità ambientale. Prova ne sia che qui sono nate startup che si occupano del settore turismo sostenibile ma anche di come uscire dalle plastiche per le quali ora l’attenzione delle aziende è molto più forte rispetto a qualche anno fa. È un avanzamento forse non veloce come vorremmo che fosse, rallentato a mio modesto avviso anche dalla non sempre accentuata consapevolezza da parte delle istituzioni, dalla politica.
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Strategie, progettazione, consapevolezza, ma la vera sfida, al netto dell’attuale crisi internazionale, è realizzare il PNRR.

Un ruolo importante per una rivista qualificata come la vostra che si occupa di Pubblica Amministrazione è sicuramente quello di far capire quanto sia straordinaria la sfida che il Paese si trova ad affrontare. Tutti devono sapere che l’Unione Europea non ci pagherà a scontrino ma a performance e questo implica una rivoluzione di come facciamo spesa pubblica in Italia. Ciò vuol dire attrezzare le nostre PA a progettare il nuovo con l’inserimento nelle proprie strutture territoriali di nuove competenze e saperi. Spesso i Comuni ci raccontano le difficoltà a partecipare ai bandi PNRR perché non dispongono delle necessarie risorse umane, personale tecnico con competenze adeguate ai progetti che si vogliono mettere in cantiere sulla trasformazione digitale ed ecologica. Queste criticità dovrebbero evidenziarci la necessità di professionalità adeguate per permettere alle Pa di portare a termine missioni strategiche su questi temi e studiando anche meccanismi di monitoraggio dei risultati e degli obiettivi ottenuti e realizzati. Monitoraggio occupazionale ed economico, sociale e ambientale, dove siamo poco attrezzati, e aggiungo anche di genere perché un’altra cosa da tener presente è che il PNRR ci permette investimenti meno di spesa corrente ma più in conto capitale, ma li permette in alcuni settori dove le donne sono molto sotto rappresentate. Pensiamo al tema dell’urbanistica, della riqualificazione e rigenerazione urbana, della produzione di energie rinnovabili e del digitale. Bisogna prestare la massima attenzione anche agli investimenti per le infrastrutture sociali, educative per ridurre le diseguaglianze. Se la formazione e il percorso educativo di un bambino o bambina parte dal nido, servizi per i quali l’Emilia Romagna investe ogni anno 30 milioni di euro, come dimostrano tutti gli studi scientifici non solo è più facile contrastare la povertà educativa ma al contempo, è possibile liberare il tempo per le donne sulle quali grava il carico maggiore di cura delle famiglie italiane. Così si possono sempre più garantire percorsi professionali e lavorativi per le donne. L’obiettivo è sempre lo stesso, tenere insieme infrastrutture digitali e green ma anche la necessità di puntare sulle infrastrutture di cura delle comunità, quelle sociali, quelle per le persone non autosufficienti. Ecco questa è a mio avviso la grande sfida per le Pubbliche Amministrazioni. Riuscire a progettare il nuovo e darci strumenti per monitorarne gli impatti. La nostra Regione si è data anche una legge che ci impone di fare una valutazione di genere ex ante prima delle leggi che andremo ad approvare. Come ho cercato di spiegarle stiamo da tempo agendo su più fronti per raggiungere gli obiettivi del nostro Patto Strategico e Patto per il Lavoro e il Clima.


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