Green deal Europeo

La rivoluzione verde di Ursula

Siamo rimasti al 2 dicembre 2019 in Madrid, data di inizio lavori della Cop25, il vertice sul clima organizzato dalle Nazioni Unite per affrontare alcune priorità mondiali, come la riduzione delle emissioni e l'obiettivo a medio termine della neutralità climatica.
Il tema era ormai divenuto caldo perché l’ultimo report dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), ci aveva sensibilizzato sul fatto che le emissioni di gas serra avevano ormai raggiunto un nuovo storico record negativo, toccando un dato che non si vedeva da almeno tre milioni di anni. 
Dal 1990, secondo il Wmo, l’effetto di riscaldamento dei gas a effetto serra è aumentato del 43%. Senza un pronto intervento entro il 2030 si vedrebbero sfumare gli accordi di Parigi che mirano a contenere l’aumento delle temperature globali entro 1,5 gradi centigradi.
Se nel 2017 aveva raggiunto le 405,5 ppm, oggi il diossido di carbonio è pari al 147 per cento in più rispetto ai livelli che si registravano in epoca pre-industriale, ovvero prima del 1750.
Il report specifica che “l’ultima volta che il pianeta ha sperimentato una tale concentrazione di anidride carbonica è stato 3-5 milioni di anni fa, quando la temperatura era due-tre gradi più calda e il livello del mare 10-20 metri più alto”.
Insomma c’erano tutti gli elementi per preoccuparci a tal punto da far smuovere la generazione z e forse anche alfa con davanti tutto un pianeta da vivere… o da far sopravvivere.
Poi è calato il sipario e tutti siamo entrati in un momento buio della nostra storia globale vivendo una seria emergenza sanitaria causata da Covid- 19. La nostra agenda che guardava ad un futuro prossimo si è concentrata al contrasto del virus e alla capacità di sopravvivere giornalmente tra un’altalena continua di istruzioni e contro-istruzioni.
Dal 15 Giugno siamo entrati in fase 3 ovvero una fase in cui si cerca di rientrare alla normalità.
Stiamo quindi gradualmente tornando a guardare un po’ più in là e capire come procedere, ma soprattutto come fare ripartire le famiglie e le imprese ovvero società ed economia.
Così risvegliandoci dal lockdown ci siamo resi conto che l’agenda sulla “sostenibilità” è rimasta aperta e sospesa nella sede della nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen che mise l’emergenza climatica come priorità della sua agenda politica – parlando appunto di neutralità climatica entro il 2050.

Il 14 Gennaio 2020 a Strasburgo era stato dato semaforo verde al programma Green Deal attraverso l’annuncio del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis: "Vogliamo raggiungere emissioni zero entro il 2050. Non possiamo fallire. Il piano per gli investimenti sostenibili adottato oggi dalla Commissione europea" punta a "mobilitare almeno mille miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni" e invia un chiaro segnale a tutti: "quando si fanno investimenti occorre pensare verde". Sembra però che la crisi del coronavirus e il conseguente confinamento abbia portato ad un drastico calo annuale delle emissioni mondiali di CO2. A confermarlo è un nuovo studio pubblicato dalla rivista Nature Climate Change, secondo il quale la diminuzione annuale potrebbe essere compresa tra il 4 e il 7 per cento, rispetto al 2019. In termini geografici, la maggior parte del calo è dipeso dalla Cina.
Le emissioni della nazione asiatica sono infatti scese di 242 milioni di tonnellate nei primi quattro mesi dell’anno. Il che equivale ad un calo del 7,8 per cento. Al secondo posto figurano gli Stati Uniti, con 207 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2019 (-12 per cento). L’Unione europea e il Regno Unito hanno visto invece diminuire le emissioni del 10 per cento, pari a 123 milioni di tonnellate. L’India, infine, ha registrato un calo di 98 milioni di tonnellate. 
In realtà questi dati sono solo una boccata d’aria del pianeta perché è ormai certo che potrebbe essere solo una breve pausa: in Cina le emissioni stanno già aumentando di nuovo, mentre il Paese riavvia le fabbriche.
In assenza di un forte supporto del governo per il passaggio all’energia pulita, gli esperti dicono che la pandemia non invertirà la direzione di marcia delle emissioni di carbonio globali in ascesa, che è quello che invece dovrebbe accadere subito per far sì che il mondo possa raggiungere gli obiettivi fissati per il clima. Vale quindi ricordare che la crisi sanitaria provocata dal virus al momento conta circa 190 mila morti in Europa e 35 mila in Italia; cifre che hanno impressionato l’opinione pubblica, almeno quella parte di opinione pubblica che non sa che l’inquinamento causa in Europa ogni anno circa 650 mila morti, quindi più di 3 volte quelli provocati dal virus. In Italia, le vittime della pandemia, circa 35 mila, sono state meno della metà di quelle, circa 80 mila, causate in media annualmente dall’inquinamento.
Quindi è arrivato il momento di scuotere le nostre coscienze, ritornare ad adottare quei comportamenti virtuosi che possono fare la differenza e soprattutto è ora di mettere in atto una serie di interventi radicali e strutturali. 
Certo le priorità sono le famiglie e le aziende, specie quelle medio-piccole, ma questo non esclude un’integrazione con interventi orientati alla sostenibilità.
A conferma ci sono le Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022" della task force guidata da V. Colao che includono una sezione dedicata a Infrastrutture ed Ambiente. 
Ma soprattutto dobbiamo ritornare a ciò che abbiamo lasciato sospeso ovvero agli intenti espressi dalla Comunità europea e al primo grande programma denominato Green Deal pubblicato a Marzo e passato in sordina perché la nostra attenzione era concentrata sui numeri serali comunicati giornalmente dalla Protezione Civile. 
Sia ben chiaro ciò non significa, come ha scritto qualcuno, che andiamo ad occuparci di “fiori ed uccellini” ma vuol dire prenderci cura della nostra astronave-Terra così come espressa dall’analogia fatta dal prof. Vincenzo Balzani  “…ci si rende conto di quale sia la nostra condizione: siamo passeggeri di una astronave che viaggia nell’infinità dell’Universo. Si tratta di un’astronave del tutto speciale che non potrà mai atterrare da nessuna parte, non potrà mai attraccare a nessun porto per far rifornimento o scaricare rifiuti. E se qualcosa non funziona o si rompe dobbiamo ripararla da soli, senza neppure scendere…”
Non possiamo scendere dal nostro pianeta e salirne su un altro, quindi dobbiamo occuparcene.  


Allora cosa è il “Green Deal”?

Esiste un solo pianeta Terra, eppure da qui al 2050 il mondo consumerà risorse pari a tre pianeti. Si prevede che nei prossimi quarant'anni il consumo complessivo dei materiali come la biomassa, i combustibili fossili, i metalli e i minerali raddoppierà, e parallelamente la produzione annuale di rifiuti aumenterà del 70% entro il 2050.

Il Green Deal europeo illustra le modalità per rendere l'Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 definendo una nuova strategia di crescita sostenibile e inclusiva per stimolare l'economia, migliorare la salute e la qualità della vita delle persone, prendersi cura della natura e non lasciare indietro nessuno.

“… l'impegno della Commissione ad affrontare i problemi legati al clima e all'ambiente, ovvero il compito che definisce la nostra generazione. Ogni anno che passa l'atmosfera si riscalda e il clima cambia. Degli otto milioni di specie presenti sul pianeta un milione è a rischio di estinzione. Assistiamo all'inquinamento e alla distruzione di foreste e oceani.
Il Green Deal europeo è la risposta a queste sfide. Si tratta di una nuova strategia di crescita mirata a trasformare l'UE in una società giusta e prospera, dotata di un'economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva che nel 2050 non genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita economica sarà dissociata dall'uso delle risorse.
Essa mira inoltre a proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell'UE e a proteggere la salute e il benessere dei cittadini dai rischi di natura ambientale e dalle relative conseguenze. Allo stesso tempo, tale transizione deve essere giusta e inclusiva. Deve mettere al primo posto le persone e tributare particolare attenzione alle regioni, alle industrie e ai lavoratori che dovranno affrontare i problemi maggiori".
(dal documento emmesso dalla Comunità Europea il 11.12.2019)

Il Green Deal europeo dunque rappresenta una serie di misure di diversa natura – fra cui soprattutto nuove leggi e investimenti – che saranno realizzate nei prossimi trent’anni. Al momento la Commissione ha pianificato i primi due anni, i più importanti per mettere a punto una struttura che sia in grado di reggere un progetto così ambizioso.

Il Green Deal sarà finanziato con una quantità ingente di soldi, pubblici e privati. Nei primi dieci anni l’obiettivo sarà quello di mobilitare circa 1000 miliardi di euro per finanziarlo, più o meno 100 miliardi all’anno. Quella dei 1000 miliardi è una stima: la cifra reale sarà stabilita dal bilancio pluriennale dell’Unione Europea per il periodo compreso fra il 2021 e il 2027, in discussione in questi mesi.

Il commissario al bilancio Johannes Hahn ha definito il piano comunitario “un gigantesco volano a favore dell’occupazione”.


Quali temi saranno indirizzati?

L’impianto del Programma “Green Deal” è articolato su più livelli ed abbraccia il tema della sostenibilità a “tutto tondo” includendo sia interventi normativi che strutturali e tecnologici, spaziando dalla finanza sostenibile e bilanci verdi al cibo che mangiamo e ciò che sprechiamo.
Della lunga lista che il documento europeo presenta (sintetizzata nella figura in alto), vale la pena soffermarci su alcuni punti, perché come già detto non sono in contrasto e possono essere sviluppati in sinergia con le iniziative di ripartenza del Paese.


Energia Pulita

Il primo e più importante sarà quello di rendere più pulita la produzione di energia elettrica al momento responsabile del 75% dell’emissione dei gas serra all’intero dell’Unione Europea (il più noto dei quali è l’anidride carbonica, CO2). Significa soprattutto potenziare la diffusione delle energie rinnovabili e al contempo smettere di incentivare l’uso di combustibili fossili: sarà un problema soprattutto per i paesi dell’Est Europa, dove la diffusione delle energie rinnovabili è ancora limitata. Infatti in tutti i paesi dell’Est la costruzione di centrali a energia solare o eolica è praticamente nulla, a differenza di quello che succede nell’Europa centrale. Il tema energetico è anche legato alla capacità di costruire e ristrutturare in modo efficiente:
la costruzione, l'utilizzo e la ristrutturazione degli edifici assorbono quantità significative di energia e risorse minerarie (come sabbia, ghiaia, cemento). Gli edifici sono inoltre responsabili del 40 % del consumo energetico. Attualmente il tasso annuo di ristrutturazione del parco immobiliare negli Stati membri varia dallo 0,4 all'1,2 %, un ritmo che dovrà essere almeno raddoppiato se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell'UE in materia di efficienza energetica e di clima. Al tempo stesso 50 milioni di consumatori hanno difficoltà a riscaldare adeguatamente le loro abitazioni.


Potenziare l’industria e le piccole e medie imprese europee

Una nuova strategia industriale per l’Europa che punta a sostenere la transizione delle imprese europee verso la neutralità climatica e un futuro digitale. 
Le aziende europee sono per il 99% piccole e medie imprese che rappresentano il 50% del PIL dell’Unione europea e sono responsabili per 2 posti di lavoro su 3. La Commissione europea ha proposto una nuova strategia per le piccole e medie imprese, per promuovere innovazione, ridurre la burocrazia e favorire un miglior accesso ai finanziamenti. 
Secondo il rapporto annuale ISTAT del 2019 la sostenibilità migliora la produttività delle aziende:
si ha un incremento intorno al 5% per quelle con più di 75 dipendenti, al 9-10% per quelle con più di 95 dipendenti e sale al 15% per quelle con oltre 99 dipendenti.


Promuovere un’economia circolare

La Commissione ha anche presentato un piano d’azione per l’economia circolare, che include misure per tutte le fasi del ciclo di vita dei prodotti. L’obiettivo è promuovere la circolarità dei processi produttivi, favorire un consumo sostenibile e ridurre la quantità di rifiuti. Il piano d’azione si concentrerà su elettronica e tecnologie dell'informazione e comunicazione, batterie, veicoli, imballaggi, plastica, prodotti tessili, costruzione, edilizia e prodotti alimentari. 


Creare un sistema
 alimentare sostenibile

Il settore alimentare è una delle principali cause del cambiamento climatico. Il settore agricolo dell’UE è l’unico al mondo ad aver ridotto le emissioni di gas serra, con un calo del 20% rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia il settore rimane responsabile di circa il 10% delle emissioni, di cui il 70% sono causate dall’allevamento. La strategia ‘dai campi alla tavola’ punta a garantire un sistema alimentare equo, salutare e ecosostenibile, sostenendo al tempo stesso i produttori. La strategia riguarda l’intera catena alimentare, dalla riduzione dell’uso di pesticidi e fertilizzanti e delle vendite di antibiotici fino all’aumento dell’agricoltura biologica. 


Preservare la biodiversità

Un milione di specie al mondo è a rischio d’estinzione. Per contrastare la perdita di biodiversità, a maggio 2020 l’UE ha presentato una strategia sulla biodiversità, che punta a proteggere la natura e fermare la degradazione degli ecosistemi. Tra gli obiettivi principali ci sono l’aumento delle aree protette e lo sblocco di 20 miliardi di euro all’anno per la tutela della biodiversità. Inoltre, con la strategia, l’UE intende porre fine al declino degli impollinatori e piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030.


Il digitale

Le tecnologie digitali sono un fattore fondamentale per conseguire gli obiettivi di sostenibilità del Green Deal in molti settori diversi. La Commissione esaminerà misure finalizzate a garantire che le tecnologie digitali, quali l'intelligenza artificiale, il G5, il cloud e l'edge computing e l'Internet delle cose possano accelerare e massimizzare l'impatto delle politiche per affrontare i cambiamenti climatici e proteggere l'ambiente. La digitalizzazione presenta inoltre nuove opportunità per il monitoraggio a distanza dell'inquinamento atmosferico e idrico o per il monitoraggio e l'ottimizzazione delle modalità di utilizzo dell'energia e delle risorse naturali. Nel contempo l'Europa ha bisogno di un settore digitale che ponga al centro la sostenibilità. La Commissione valuterà inoltre misure per migliorare l'efficienza energetica e le prestazioni in termini di economia circolare del settore stesso, dalle reti a banda larga ai centri di dati e ai dispositivi TIC.


Istruzione e formazione

Scuole, istituti di formazione e università si trovano in una posizione privilegiata per intavolare con gli alunni, i genitori e la comunità in generale un dialogo sui cambiamenti necessari per il successo della transizione. La Commissione definirà un quadro europeo delle competenze che aiuti a coltivare e valutare conoscenze, abilità e attitudini connesse ai cambiamenti climatici e allo sviluppo sostenibile. Fornirà inoltre materiali complementari e agevolerà lo scambio di buone pratiche grazie alle reti dell'UE di programmi di formazione rivolti agli insegnanti.



Il Fondo per una Transizione Giusta

Per ogni obiettivo del Green Deal, la Commissione diffonderà prima un «piano strategico» e poi una «azione concreta», per cercare di raggiungerlo. Le misure saranno di natura legislativa diversa: le più importanti saranno le direttive e i regolamenti, cioè leggi europee vincolanti per gli stati nazionali.
Le misure di cui si sta discutendo di più perché sono le più importanti che verranno presentate nei prossimi mesi, sono due: la cosiddetta Legge sul Clima, la base legislativa per tutti i provvedimenti che seguiranno nei prossimi anni – sembra sia la prima volta che l’Europa si doti dii una legge quadro su clima – e il Fondo per una transizione giusta, cioè il salvadanaio che servirà a finanziare iniziative sostenibili nelle regioni europee più arretrate e vulnerabili. Sono quelle che potrebbero subire ingenti perdite di lavoro nel corso della transizione da un’economia basata sulla manifattura pesante e la produzione a combustibili fossili – altamente inquinanti – verso forme e fonti più sostenibili, che nel breve termine saranno meno bisognose di forza lavoro.
La legge servirà a ufficializzare l’intenzione di azzerare le emissioni nette in tutta l’Unione entro il 2050, cosa che renderà l’obiettivo vincolante, oltre a fissare specifici obiettivi intermedi. Stabilirà alcuni «principi fondamentali che saranno la base di tutte le misure che «riguarderanno il benessere dei cittadini, la prosperità della società, la competitività della sua economia, l’efficienza energetica, la sicurezza, la salute e la protezione dei consumatori vulnerabili, la solidarietà e l’approccio scientifico».
Il Fondo per una transizione giusta, che è stato presentato a metà gennaio dalla Commissione, fra il 2021 e il 2027 mobiliterà circa 100 miliardi di euro, che nelle intenzioni della Commissione dovranno diventare 143 entro il 2030. I soldi verranno da fondi strutturali europei già esistenti da programmi di cofinanziamento degli stati, da prestiti a interessi di favore della Banca Europea degli Investimenti, e da una parte del fondo InvestEU, il nuovo nome con cui è stato chiamato il piano per attirare investimenti privati della Commissione Europea (nella legislatura precedente si chiamava Piano Juncker, dal nome dell’ex presidente J. C. Juncker).
Il Fondo per la transizione giusta è considerato una priorità sia dalle istituzioni europee sia dagli stati nazionali. La Commissione ha già diffuso alcune tabelle che ipotizzano quanto spetterà ai singoli stati dal 2021 al 2027 se la proposta della Commissione per il Fondo verrà accettata da Parlamento e Consiglio. Secondo le proiezioni diffuse dal Sole24Ore, i paesi dell’Est riceveranno comprensibilmente la quota di fondi più alta in rapporto alla popolazione. La Germania, l’unico paese occidentale che ancora oggi dipende in buona parte dal carbone per produrre energia elettrica, riceverà due miliardi di euro di fondi diretti. L’Italia otterrà invece 364 milioni, una cifra simile a quella che andrà a paesi come Francia e Spagna. Secondo le regole del Fondo, per ogni euro che l’Unione Europea verserà a ciascun paese, il governo nazionale dovrà impegnare fra 1,5 e 3 euro per cofinanziare quei progetti, e far sapere alla Commissione come vuole spendere questi soldi attraverso dei piani territoriali, che verranno preparati da regioni, governo nazionale e aziende e associazioni locali. P. Gentiloni, commissario europeo per gli Affari economici, sostiene che Il Meccanismo Ue per una transizione giusta “può certamente riguardare l’Ilva, la Puglia e la zona di Taranto è la tipica manifestazione, come il Nord della Macedonia o altre di regioni europee, dove è necessaria la transizione a energie che usano meno intensamente il carbone. Lega ambiente ha invece proposto di impiegarli per chiudere definitivamente e bonificare le centrali a carbone della Sardegna.


Un trilione di euro… ma da dove arriva?

Una trasformazione profonda di così tanti settori richiede ingenti investimenti, che saranno assicurati in parte da fondi pubblici, in parte dai privati sfruttando la leva finanziaria. Nei prossimi 10 anni, cioè per raggiungere gli obiettivi al 2030, si prevede che sarà necessario mobilitare un trilione (1.000 miliardi) di euro così suddivisi: 503 miliardi dal bilancio comunitario, 143 dal Fondo per una transizione equa, 114 dal co-finanziamento nazionale (cioè fondi messi a disposizione dai singoli Stati Membri) e infine 279 da InvestEU.
Innanzitutto i mille miliardi non provengono tutti da fondi europei, ma sono una stima dei soldi che potrebbero essere «mobilizzati», come dice la Commissione: saranno in piccola parte fondi europei e in gran parte soldi provenienti da privati “indirizzati” dai bandi, dai cofinanziamenti e dai prestiti europei.
Quindi si presuppone un ruolo forte da parte dei singoli paesi non solo nell’impegno e sforzo a realizzare gli obiettivi prefissati, ma anche nello stanziamento ingente di risorse finanziarie.
Tutti gli altri soldi con cui la Commissione vuole finanziare il Green Deal sono già in qualche modo presenti all’interno del budget a lungo termine dell’Unione Europea – il cosiddetto quadro finanziario pluriennale – che nel periodo 2021-2027 sarà più o meno simile a quello del 2014-2020. Considerando le innumerevoli altre voci di spesa che ha l’Unione, il margine è estremamente scarso. L’espediente con cui si arriva alla cifra di 1000 miliardi è quello di riservare alcune quote per iniziative sostenibili nei programmi già esistenti. InvestEU, il vecchio Piano Juncker, avrà fra gli obiettivi quello di realizzare «infrastrutture sostenibili». In tutto, secondo le previsioni della Commissione, attirerà investimenti pubblici e privati per un totale di 279 miliardi di euro fino al 2027.La Banca Europea per gli investimenti aumenterà inoltre la quota che riserva ai progetti sostenibili dal 25 al 50 per cento dei progetti totali. Anche Horizon, il principale programma della Commissione Europea per finanziare la ricerca, a partire dal 2021 concentrerà un terzo delle proprie risorse totali per finanziare progetti che possano aiutare i paesi europei a raggiungere i propri obiettivi sul clima e l’ambiente.
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La Tabella di marcia

ll Parlamento europeo ha pubblicato una sorta di “tabella di marcia” verso la neutralità climatica in Europa che riassume i primi passi verso la realizzazione del Green Deal europeo.

I passi al momento avviati sono:

A gennaio 2020 la Commissione europea ha presentato il piano d’investimenti del Green Deal europeo per attrarre almeno 1000 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati durante i prossimi dieci anni.

A marzo 2020 la Commissione ha proposto la legge europea sul clima, quadro normativo per raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050, e ha presentato una nuova strategia industriale per l’Europa che punta a sostenere la transizione delle imprese europee verso la neutralità climatica e un futuro digitale.
Sempre a marzo 2020, la Commissione ha presentato un piano d’azione per l’economia circolare, che include misure per tutte le fasi del ciclo di vita dei prodotti. Il nuovo piano d’azione per l’economia circolare illustra tutte le iniziative che interessano l’intero ciclo di vita dei prodotti al fine di modernizzare e trasformare la nostra economia tutelando nel contempo l’ambiente. Il piano si regge sull’ambizione di creare i prodotti sostenibili che durino e consentire ai cittadini di partecipare pienamente all’economia circolare e di trarre beneficio dai cambiamenti positivi che ne derivano.
Secondo uno studio recente del Cambridge Econometrics l'applicazione dei principi dell'economia circolare nell'insieme dell'economia dell'UE potrebbe aumentarne il PIL di un ulteriore 0,5 % entro il 2030, creando circa 700 000 nuovi posti di lavoro. Esiste un chiaro vantaggio commerciale anche per le singole imprese: le imprese manifatturiere dell'UE destinano in media circa il 40 % della spesa all'acquisto di materiali, i modelli a ciclo chiuso possono pertanto incrementare la loro redditività, proteggendoli nel contempo dalle fluttuazioni dei prezzi delle risorse.

A maggio 2020 è stata presentata dalla Commissione la strategia ‘dai campi alla tavola’. Vale ricordare che la pandemia di Covid-19 ha sottolineato l'importanza di un sistema alimentare solido e resiliente che funzioni in qualsiasi circostanza e sia in grado di assicurare ai cittadini un approvvigionamento sufficiente di alimenti a prezzi accessibili. Ci ha inoltre reso estremamente consapevoli delle interrelazioni tra la nostra salute, gli ecosistemi, le catene di approvvigionamento, i modelli di consumo e i limiti del pianeta. È evidente che dobbiamo fare molto di più per mantenere noi stessi e il pianeta in buone condizioni di salute. L'attuale pandemia è solo un esempio: l'aumento della frequenza di siccità, inondazioni, incendi boschivi e nuovi organismi nocivi ci ricorda costantemente che il nostro sistema alimentare è minacciato e deve diventare più sostenibile e resiliente.
In quest’ambito gli obiettivi chiave della strategia per il 2030 sono chiari:
• ridurre del 50% l'uso e il rischio dei pesticidi chimici;
• ridurre di almeno il 20% l’uso dei fertilizzanti; 
• ridurre del 50% le vendite di antimicrobici per
gli animali da allevamento e per l'acquacoltura;
• destinare almeno il 25% della superficie agricola all'agricoltura biologica.


Il Rischio “green-washing”

Il 18 giugno il Parlamento ha anche adottato una nuova legislazione sugli investimenti sostenibili. Lo scopo delle nuove norme è quello di promuovere gli investimenti verso le attività economiche rispettose dell’ambiente ed evitare di finanziare progetti “greenwashing”, cioè progetti che si dichiarano verdi, ma che non sono realmente sostenibili. Quindi una strategia di comunicazione per spacciarsi come attente e sensibili al tema dell’ambiente. Se riusciranno a vendersi come interlocutori legittimi, nei prossimi mesi e anni potrebbero influenzare le leggi e i bandi che scriveranno i funzionari europei, sottraendo fondi e attenzioni ad aziende ben più sostenibili.


COVID-19 e Green Deal: l’uno o l’altro?

L’emergenza sanitaria globale dovuta alla diffusione del COVID-19 si è presto trasformata in emergenza economica, spingendo i governi e la UE ad adottare misure drastiche di sostegno ai settori in crisi quindi non è ancora chiaro se questa condizione dell’economia globale bloccherà gli investimenti verdi o, al contrario, li rilancerà.
Nel dibattito sulla “nuova normalità” da costruire, secondo alcuni, il Green Deal potrà trovare ancora più forza, ad esempio il Governo italiano ha messo al centro del DL rilancio un ambizioso piano di incentivi per l’efficientamento energetico del patrimonio edilizio del nostro Paese.
Ad oggi però l’unica certezza è che a causa della pandemia la COP26 che si sarebbe dovuta tenere a Glasgow a novembre 2020 è stata rimandata al 2021.
E’ evidente che l’attenzione e gli investimenti debbano guardare al sostentamento delle famiglie e delle piccole aziende e mirare a ripristinare la crescita economica e proteggere i posti di lavoro, e che quindi la difesa del pianeta appaia secondaria e lontana.
Ma questa crisi, così profondamente connessa allo sfruttamento del nostro pianeta ha evidenziato che solo indirizzando le nostre economie verso uno sviluppo sostenibile si potrà creare quel cambio di rotta necessario per fronteggiare gli impatti di un cambiamento climatico sempre più devastante.
E’ pensabile che l’attuazione del Green Deal europeo possa aumentare la resilienza dei nostri sistemi verso crisi simili a quella attuale anche perché un crescente numero di studi sul rapporto tra ecologia e malattie infettive suggerisce che la perdita di biodiversità, la deforestazione su ampia scala e il cambiamento climatico sono elementi che contribuiscono al diffondersi di epidemie. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) ha sottolineato il legame che esiste tra propagazione delle malattie e cambiamento climatico, mentre numerose ricerche dimostrano l’impatto della qualità dell’aria sulla salute pubblica.
Non è facile trovare una risposta o dare la giusta priorità quando ancora il coronavirus miete morti e genera focolai nel mondo mentre famiglie ed imprese stentano a riprendersi perché ancora non adeguatamente sostenute dallo stato. Ma la minaccia esistenziale posta dal cambiamento climatico è sempre presente e gli impatti che ne derivano, perchè fuori controllo, avranno effetti più devastanti e più duraturi di quelli della crisi che stiamo attraversando.
Solo che non è oggi, ma senz’altro domani se non vi poniamo attenzione e rimedio.
L’augurio è che tutto questo impianto del Green Deal non rimanga tale, ma possa scaricare a terra tutta la sua potenza solo se i governi in seno alla comunità trovano dialogo ed equilibrio sulle priorità e le modalità di collaborazione ponendo al centro persone, famiglie e imprese e accantonando gli interessi politici. Il pianeta è uno per tutti.
Inoltre la comunità europea da sola non può farcela quindi oltre a governi coesi ha bisogno del coinvolgimento dei privati e di tutti noi per agire con consapevolezza e responsabilità.
“Poiché la transizione determinerà cambiamenti sostanziali, la partecipazione attiva dei cittadini e la fiducia nella transizione sono fondamentali affinché le politiche possano funzionare e siano accettate. È necessario un nuovo patto che riunisca i cittadini, con tutte le loro diversità, le autorità nazionali, regionali, locali, la società civile e l'industria, in stretta collaborazione con le istituzioni e gli organi consultivi dell'UE” (dal documento emmesso dalla Comunità Europea il 11.12.2019 COM/640Final Brussels).




A cura della redazione

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