Nino Cartabellotta a Innovazione Pa: la sanità pubblica è una conquista irrinunciabile

Il presidente di Fondazione Gimbe identifica tre priorità: rilanciare le politiche del personale sanitario, garantire l’erogazione uniforme dei LEA e consentire un equo accesso alle innovazioni sull’intero territorio
7 Giugno 2023 |
Gianmarco Nebbiai

La sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia.
Difendere e affermare questo principio è lo scopo della Fondazione GIMBE che, oggi, chiede di superare la retorica dei ‘sanitari eroi’ per ritrovare il coraggio di investire realmente su questo patrimonio pubblico mettendo a fuoco tre priorità: rilanciare le politiche del personale sanitario, garantire l’erogazione uniforme dei LEA e consentire un equo accesso alle innovazioni sull’intero territorio.
Come spiega a Innovazione.PA il Presidente Nino Cartabellotta.

Il lavoro della Fondazione GIMBE è divenuto noto al pubblico dei non addetti ai lavori per il ruolo svolto durante l’emergenza COVID, ma la sua storia e la missione della Fondazione d’altra parte sono ben più ampie, può descriverle?

La Fondazione GIMBE è un’organizzazione no-profit indipendente che si batte da 25 anni con attività di ricerca, formazione e sensibilizzazione, per tutelare i diritti delle persone, ridurre diseguaglianze e sprechi e contribuire alla sostenibilità di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico. Nel 2013 abbiamo lanciato la campagna Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per diffondere e consolidare la consapevolezza che la sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile da preservare alle future generazioni.

Cosa rappresenta per la Fondazione in termini di impegno e di esperienza il ruolo di testimonianza costante mantenuto sull’andamento della pandemia COVID-19?

Sin dalle prime notizie sulla diffusione del Coronavirus in Cina ad inizio 2020, la Fondazione GIMBE ha iniziato ad analizzare la letteratura e i dati disponibili: dalla fine di gennaio è stato ideato e realizzato il primo nucleo di quella che sarebbe diventata la Dataroom GIMBE per il monitoraggio indipendente della pandemia da COVID-19 e della campagna vaccinale. Fino al 21 febbraio 2020 erano disponibili solo i dati disponibili dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: a quella data i casi segnalati in Europa erano in totale 551 di cui 3 in Italia, la prima coppia di turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma e il “paziente 1” di Codogno. Nel giro di una settimana i casi segnalati all’OMS in Italia salirono a 650: dal 24 febbraio iniziò ad essere diffuso il bollettino quotidiano della Protezione Civile commentato nella conferenza stampa delle ore 18.00.
Da quel momento il team multiprofessionale della Fondazione GIMBE non si è mai fermato, continuando ad arricchire la Dataroom con i dati che progressivamente venivano resi disponibili da Protezione Civile, Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità e, con l’avvio della campagna vaccinale, dal Commissario straordinario e dall’Unità Completamento Campagna Vaccinale. Parallelamente all’analisi dei dati è stata portata avanti la revisione sistematica della letteratura disponibile secondo il paradigma dell’evidence-based practice, oltre ad una puntuale analisi delle normative nazionali e dei provvedimenti emanati da Governo, Ministero della Salute e Regioni.
Con le attività di ricerca che hanno impegnato lo staff della Fondazione per oltre tre anni abbiamo dato il nostro contributo al Paese in questo lungo e difficile periodo restando al fianco di cittadini, professionisti sanitari e decisori e media con una tempestiva e costante attività di comunicazione pubblica e advocacy istituzionale. Abbiamo deciso di farlo elaborando quotidianamente analisi, grafici, previsioni e report destinati a Istituzioni pubbliche, organizzazioni private e cittadini realizzando il sito web dedicato coronavirus.gimbe.org nel quale, per esplicita scelta, abbiamo deciso di pubblicare pochi e semplici grafici che permettono di comprendere immediatamente l’andamento della pandemia della campagna vaccinale in Italia e dedicando un’intera sezione alle principali evidenze disponibili.
Abbiamo realizzato 167 comunicati stampa di cui 144 monitoraggi indipendenti settimanali e particolarmente rilevante è stata l’attività di comunicazione ai cittadini, oltre che attraverso i media (televisioni, radio, stampa generalista e siti web) anche attraverso interazioni dirette sui canali social della Fondazione (Facebook, Twitter, Linkedin) e oltre 1.000 risposte fornite via e-mail ai quesiti pervenuti alla casella di posta elettronica appositamente attivata per rispondere alle richieste di cittadini, professionisti e istituzioni.

Crede che il Paese sia divenuto consapevole del ‘patrimonio sociale’ costituito dalla tenuta del Sistema sanitario pubblico?

La crisi di sostenibilità del SSN purtroppo sta raggiungendo il punto di non ritorno tra l’indifferenza di tutti i Governi che negli ultimi 15 anni, oltre a tagliare o non investire in sanità, sono stati incapaci di attuare riforme coraggiose per garantire il diritto alla tutela della salute. Con l’aggravante di ignorare tre incontrovertibili certezze: che la sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia; che il livello di salute e benessere della popolazione condiziona la crescita economica del Paese; infine, che la perdita di un SSN universalistico porterà ad un disastro sanitario, sociale ed economico senza precedenti. La pandemia ha travolto il nostro SSN in un momento di particolare fragilità dovuta all’imponente definanziamento di circa € 37 miliardi negli anni 2010-2019 e lo ha ulteriormente indebolito per tre ragioni: innanzitutto, i consistenti investimenti di questi ultimi anni sono stati interamente assorbiti dall’emergenza e risultano insufficienti per mantenere in ordine i conti delle Regioni; in secondo luogo, sono emersi nuovi bisogni di salute (long-COVID, disturbi psicologici e psichiatrici); infine, il capitale umano si è ulteriormente indebolito, in ragione di burnout, licenziamenti volontari e fuga verso il privato che lasciano sempre più scoperti settori chiave della nostra sanità, uno per tutti i Pronto Soccorso. Senza contare che il DdL sull’autonomia differenziata potrebbe dare il colpo di grazia al SSN. E se durante la fase più drammatica dell’emergenza tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di potenziare la sanità pubblica, ben presto è ritornata nell’oblio, mentre i professionisti sanitari continuano ad essere ringraziati solo con la “retorica degli eroi”. Oggi i pazienti vivono ogni giorno le conseguenze di un SSN ormai in “codice rosso” che costringe ad attese infinite, migrazione sanitaria, spese ingenti, sino alla rinuncia alle cure.

Il 31 marzo si è tenuta la prima Conferenza Nazionale GIMBE dopo lo stop forzato a causa della Pandemia, le chiedo una riflessione sull’importanza dell’appuntamento e l’attenzione riservata all’evento.

Alla Conferenza sono intervenuti circa 600 partecipanti provenienti da tutte le regioni e rappresentativi di tutte le professioni sanitarie, e altre 1.800 persone l’hanno seguita in streaming. Dopo tre anni di pausa, l’evento ha puntato i riflettori sull’inderogabile necessità di coraggiose scelte politiche per risolvere la grave crisi di sostenibilità del SSN che, lentamente ma inesorabilmente, sta erodendo il diritto costituzionale alla tutela della salute. Un diritto fondamentale che, nell’indifferenza di tutti i Governi, si sta trasformando in un privilegio per pochi, lasciando indietro le persone più fragili e svantaggiate, in particolare nel Sud del Paese. Nella mia lettura inaugurale ho presentato il Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale, elaborato dalla Fondazione GIMBE e arricchito grazie ad un’ampia consultazione pubblica, che sarà utilizzato come standard di riferimento per monitorare scelte e azioni di chi decide sul diritto alla tutela della salute.

La principale ‘sfida’ di GIMBE è la salvaguardia del nostro Servizio Sanitario Nazionale, che quadro emerge dal vostro ultimo rapporto sul suo stato di salute e dai lavori della conferenza?

Per la nostra democrazia non è più tollerabile che universalità, uguaglianza ed equità – princìpi fondamentali del SSN – siano stati traditi e oggi rimpiazzati da parole chiave e numeri inquietanti. Liste di attesa: il ritardo delle prestazioni sanitarie accumulato durante la pandemia ha determinato un ulteriore allungamento delle liste di attesa che le Regioni non riescono a smaltire nonostante le risorse stanziate dal Governo. Così le persone sono costrette a rivolgersi al privato se ne hanno le possibilità economiche oppure attendere gli inaccettabili tempi di attesa delle strutture pubbliche sino a rinunciare alle prestazioni, con conseguenze imprevedibili sulla loro salute. Secondo una recente audizione dell’ISTAT la quota di persone che hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, sino all’l’11,1% nel 2021. E se nel 2022 le stime attesterebbero un recupero con una riduzione al 7%, l’ostacolo principale rimangono le lunghe liste di attesa (4,2%) rispetto alle rinunce per motivi economici (3,2%).

La spesa privata: nel 2021 la spesa sanitaria in Italia ha raggiunto i € 168 miliardi, di cui € 127 miliardi di spesa pubblica (75,6%), € 36,5 miliardi (21,8%) a carico delle famiglie e € 4,5 miliardi (2,7%) sostenuti da fondi sanitari e assicurazioni (dati ISTAT). Secondo il recente Rapporto CREA Sanità nel 2021 la spesa privata è in media € 1.734 per nucleo familiare, ovvero il 5,7% dei consumi totali. E nel 2020 oltre 600 mila famiglie hanno dovuto sostenere spese “catastrofiche”, ovvero insostenibili rispetto ai budget, e quasi 380 mila famiglie si sono impoverite per spese sanitarie, in particolare nelle Regioni meridionali. La chiave di lettura è chiarissima: la politica si è sbarazzata di una consistente quota di spesa pubblica per la sanità, scaricando oneri iniqui sui bilanci delle famiglie.

Diseguaglianze: il monitoraggio del Ministero della Salute sugli adempimenti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) documenta enormi diseguaglianze regionali con un gap Nord-Sud ormai incolmabile, che rende la “questione meridionale” in sanità una priorità sociale ed economica. Infatti, guardando ai punteggi LEA nel decennio 2010-2019, tra le prime 10 Regioni solo due sono del centro (Umbria e Marche) e nessuna del sud; nel 2020 solo 11 Regioni risultano adempienti ai LEA, di cui solo la Puglia al Sud; eccetto Basilicata e Sardegna sono in Piano di rientro tutte le Regioni del centro-sud, con Calabria e Molise commissariate; e nel 2020 Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono il 94,1% della mobilità sanitaria. Esistono poi altre diseguaglianze meno note: tra aree urbane e rurali, tra uomini e donne, oltre che correlate al grado di istruzione e di reddito. Ovvero, il SSN garantisce una “salute diseguale” che si riflette anche sugli anni di vita perduti. Infatti, il recente report dell’Eurostat documenta che in Italia si vive più a lungo nelle Regioni del Centro-Nord, con la Provincia autonoma di Trento in testa (84,2 anni), rispetto a quelle del Sud, con la Campania fanalino di coda (80,9 anni). Un inaccettabile gap di oltre 3,3 anni che dimostra come la qualità dei servizi sanitari regionali produca effetti evidenti sull’aspettativa di vita, vanificando quel vantaggio che le Regioni meridionali avevano conquistato nei decenni scorsi grazie a favorevoli condizioni ambientali e climatiche e alla dieta mediterranea.

Mancato accesso alle innovazioni: l’ultimo aggiornamento dei LEA risale al gennaio 2017, ma per mancanza di risorse non è mai stato approvato il cd “Decreto Tariffe” relativo a specialistica ambulatoriale e protesica. Di conseguenza innovazioni quali la procreazione medicalmente assistita, lo screening neonatale esteso, ausili e dispositivi all’avanguardia (es. apparecchi acustici digitali, protesi di ultima generazione, carrozzine basculanti) oggi possono essere erogate solo dalle Regioni non in Piano di rientro con risorse proprie, generando ulteriori diseguaglianze e tenendo in ostaggio i diritti dei pazienti. Intanto, il “continuo aggiornamento dei LEA al fine di mantenerli allineati all’evoluzione delle conoscenze scientifiche” rimane solo un vuoto slogan, visto che i LEA non vengono aggiornati da oltre 6 anni rendendo numerose innovazioni diagnostico-terapeutiche inaccessibili a tutti i pazienti che ne avrebbero diritto.

Privatizzazione: l’annuario statistico del SSN pubblicato il 23 marzo documenta l’espansione delle strutture sanitarie private accreditate, ovvero rimborsate con il denaro pubblico. Nel 2021 le strutture private accreditate ospedaliere sono passate dal 46,9% del totale al 48,6%. Tra il 2011 e il 2021 aumentano anche le percentuali di specialistica ambulatoriale (da 58,9% a 60,4% del totale), quelle deputate all’assistenza residenziale (da 76,5% all’84% del totale) e semiresidenziale (da 63,5% a 71,3% del totale) e la percentuale delle strutture riabilitative (da 75,1% al 78,2% del totale). Inoltre esiste un vero e proprio “cavallo di Troia” che erode risorse pubbliche dirottandole ai privati: il connubio tra fondi sanitari e assicurazioni, sostenuto dalle politiche del welfare aziendale. I fondi sanitari, che godono di consistenti agevolazioni fiscali, erano nati per integrare le prestazioni non offerte dal SSN (odontoiatria, long term care), ma di fatto per circa il 70% erogano prestazioni già incluse nei LEA tramite la sanità privata accreditata. E siccome le assicurazioni sono divenute veri e propri gestori dei fondi sanitari, i presunti vantaggi del welfare aziendale per i lavoratori iscritti ai fondi sono una mera illusione, perché il 40-50% dei premi versati non si traducono in servizi in quanto erosi da costi amministrativi e utili delle compagnie assicurative. Ovvero, i beneficiari delle risorse pubbliche provenienti dalla defiscalizzazione dei fondi sanitari sono le assicurazioni che generano profitti, la sanità privata che aumenta le prestazioni erogate e le imprese che risparmiano sul costo del lavoro.

Le chiedo una disamina sulle opportunità offerte dal PNRR, relativamente alla misura 6, con una analisi sugli obiettivi posti, i progetti in corso e i fattori di criticità presenti…

La destinazione d’uso dei fondi della Missione Salute è ben definita, così come le progettualità correlate: rafforzare l’assistenza territoriale, innovare le tecnologie, potenziare digitalizzazione e telemedicina. È un’opportunità irripetibile, ma per ridurre le diseguaglianze regionali ed ottenere il massimo ritorno di salute dalle risorse investite è necessario predisporre le adeguate contromisure per fronteggiare le numerose criticità di attuazione che riguardano vari ambiti. Differenze regionali (modelli organizzativi e performance dell’assistenza territoriale, attuazione del fascicolo sanitario elettronico), carenza di personale, mancata implementazione dell’infermiere di famiglia, eterogeneità delle modalità contrattuali, scarsa attitudine alla collaborazione inter-professionale, offerta del privato accreditato, analfabetismo digitale di professionisti sanitari e cittadini, carico amministrativo di Regioni e Aziende sanitarie, aumento dei costi delle materie prime e dell’energia. Senza coraggiose riforme di sistema, una rigorosa governance delle Regioni e investimenti vincolati per il personale sanitario, le risorse della Missione Salute del PNRR rischiano di finanziare solo un costoso lifting del SSN.

È realistico pensare ad un sistema di tutela della salute dei cittadini che superi le disuguaglianze regionali o quelle tra pubblico privato alla luce di quanto osservate?

Senza una nuova stagione di collaborazione tra Governo e Regioni e un radicale cambio di rotta per monitorare l’erogazione dei LEA, diseguaglianze regionali e mobilità sanitaria continueranno a farla da padrone e il CAP di residenza delle persone continuerà a condizionare il diritto alla tutela della salute. Una situazione che stride con i princìpi di equità e universalismo del SSN. Inoltre, il regionalismo differenziato potrebbe affondare il colpo di grazia al SSN. Dall’analisi delle richieste di maggiore autonomia avanzate da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto nell’ambito “tutela della salute” emergono alcune considerazioni generali, suffragate da quasi 2.000 stakeholder della sanità in occasione della survey promossa dalla Fondazione GIMBE. Da un lato, l’abolizione dei tetti di spesa per il personale sanitario e l’istituzione di contratti di formazione-lavoro per anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro di specialisti e medici di famiglia rappresentano oggi strumenti fondamentali per fronteggiare la grave carenza di personale sanitario che andrebbero estesi a tutte le Regioni. Dall’altro lato, alcune forme di autonomia rischiano di sovvertire gli strumenti di governance del SSN aumentando le diseguaglianze nell’offerta dei servizi: sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione, sistema di governance delle aziende e degli enti del Servizio Sanitario Regionale, determinazione del numero di borse di studio per specialisti e medici di famiglia. Infine, altre istanze risultano francamente “eversive”. Una maggiore autonomia in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi darebbe il via a sistemi assicurativo-mutualistici regionali sganciati dalla, seppur frammentata, normativa nazionale. Inoltre, la richiesta del Veneto di contrattazione integrativa regionale per i dipendenti del SSN, oltre all’autonomia in materia di gestione del personale e di regolamentazione dell’attività libero-professionale, rischia di concretizzare una concorrenza tra Regioni con “migrazione” di personale dal Sud al Nord, ponendo una pietra tombale sulla contrattazione collettiva nazionale e sul ruolo dei sindacati.

Cosa propone invece il “Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale”?

Da oltre dieci anni assistiamo all’assenza di visione e strategia politica a supporto della sanità pubblica, in un immobilismo che si limita ad affrontare solo problemi contingenti: per questo abbiamo elaborato il “Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale”, a seguito di una consultazione pubblica che ha coinvolto oltre 1.500 persone, ed è composto da quattordici punti.

Finanziamento pubblico. È cruciale e inderogabile un rilancio progressivo e consistente del finanziamento pubblico per la sanità: al momento, la Nota di Aggiornamento del DEF nel triennio 2023-2025 prevede una riduzione della spesa sanitaria media dell’1,13% per anno e un rapporto spesa sanitaria/PIL che nel 2025 precipita al 6%, ben al di sotto dei livelli pre-pandemia. Nel 2021 la spesa pubblica pro-capite nel nostro Paese è inferiore alla media OCSE ($ 3.052 vs $ 3.488) e in Europa ci collochiamo al 16° posto: ben 15 Paesi investono di più in sanità, con un gap che va dai $ 285 della Repubblica Ceca ai $ 3.299 della Germania. Impietoso il confronto con i paesi del G7 sulla spesa pubblica: dal 2008 siamo fanalino di coda con distanze sempre più ampie e oggi ormai incolmabili. Senza più pretendere di guardare a paesi come Germania e Francia ponendosi obiettivi irrealistici entro il 2030 occorre allineare il finanziamento pubblico almeno alla media dei paesi europei rispetto ai quali nel 2020 il gap era già di quasi € 12 miliardi nel 2021. E vincolando la destinazione d’uso delle risorse: rilanciare le politiche del personale sanitario, garantire l’erogazione uniforme dei LEA e consentire un equo accesso alle innovazioni.

Governance Stato-Regioni: l’entità delle diseguaglianze regionali, e in particolare la “frattura” Nord-Sud, è ormai di tale entità che è indispensabile potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, nel rispetto dei loro poteri, per ridurre diseguaglianze, iniquità e sprechi e garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute su tutto il territorio nazionale. Al netto di riforme costituzionali è fondamentale che il monitoraggio dei LEA venga integrato nei meccanismi di programmazione e riparto delle risorse alle Regioni, rivedendo interamente il sistema dei Piani di rientro che, puntando esclusivamente al riequilibrio finanziario, hanno impedito alle Regioni del Centro-Sud di recuperare il gap. E attenzione alle autonomie differenziate che rischiano di dare il colpo di grazia al SSN.

Livelli Essenziali di Assistenza: al fine di ridurre le diseguaglianze e garantire l’uniforme esigibilità dei LEA in tutto il territorio nazionale è necessario garantirne l’aggiornamento continuo per rendere rapidamente accessibili le innovazioni e potenziare gli strumenti per monitorare le Regioni. Le intenzioni politiche devono essere riallineate con l’esigibilità dei diritti delle persone. Oggi da un lato la mancata approvazione del cd. “Decreto Tariffe” impedisce ai pazienti di accedere a prestazioni innovative di specialistica ambulatoriale e protesica, dall’altro i LEA non vengono aggiornati da oltre 6 anni, rendendo inaccessibili ai pazienti numerose innovazioni diagnostico-terapeutiche che nel frattempo la ricerca ha reso disponibili.

Personale sanitario: il tetto di spesa sul personale imposto dal progressivo definanziamento i blocchi contrattuali, la mancata programmazione dei nuovi specialisti hanno determinato prima una carenza quantitativa e adesso, soprattutto dopo la pandemia, una crisi motivazionale che porta sia a disertare alcune professioni (es. scienze infermieristiche) e specialità mediche (es. emergenza-urgenza), sia a lasciare le strutture pubbliche per quelle private, o addirittura per l’estero. Ecco perché è inderogabile rilanciare le politiche sul capitale umano in sanità al fine di valorizzare e (ri)motivare la colonna portante del SSN: investire sul personale sanitario con risorse vincolate, programmare adeguatamente il fabbisogno di tutti i professionisti sanitari, riformare i processi di formazione, valutazione e valorizzazione delle competenze secondo un approccio multi-professionale.

Programmazione, organizzazione e integrazione dei servizi sanitari e socio-sanitari: l’erogazione dell’assistenza sanitaria oggi risulta molto frammentata, dicotomizzata tra ospedale e territorio e scarsamente integrata con quella socio-sanitaria, generando sprechi e inefficienze, ridotta qualità dei servizi e disagi per i pazienti. Ecco perché bisogna programmare l’offerta di servizi sanitari in relazione ai bisogni di salute e renderla disponibile tramite reti integrate, che condividono percorsi assistenziali, tecnologie e risorse umane.

Rapporto pubblico-privato e sanità integrativa: il nostro Piano di Rilancio mira ad arginare l’espansione incontrollata del privato accreditato, sia normando l’integrazione pubblico-privato, sia riordinando la normativa sui fondi sanitari oggi un vero e proprio “cavallo di troia” che dirotta su assicurazioni e sanità privata accreditata risorse pubbliche provenienti dalla defiscalizzazione dei fondi sanitari.

Il Piano di Rilancio del SSN include altri punti: dall’attuazione del principio health in all alla prevenzione e promozione della salute; dalla necessità di potenziare l’informazione istituzionale basata sulle evidenze scientifiche e migliorare l’alfabetizzazione sanitaria delle persone all’aumento delle risorse da destinare alla ricerca clinica indipendente e alla ricerca sui servizi sanitari che devono arrivare almeno al 2% del finanziamento pubblico per la sanità; sino alla rimodulazione di ticket e detrazioni fiscali per le spese sanitarie, secondo princìpi di equità sociale ed evidenze scientifiche.

Quali opportunità offre realisticamente la trasformazione digitale per il miglioramento o il rilancio del sistema sanitario e nell’erogazione dei servizi ai cittadini?

Si parla troppo della diffusione di tecnologie digitali e troppo poco sia di cultura e competenze digitali della popolazione e dei professionisti sanitari, sia della inderogabile necessità di rimuovere gli innumerevoli ostacoli infrastrutturali, tecnologici e organizzativi. Ovvero si sta affidando alla trasformazione digitale un’eccessiva “responsabilità” nel migliorare efficienza dei servizi sanitari e accessibilità da parte dei cittadini: senza adeguati investimenti per l’alfabetizzazione digitale, oltre che per le infrastrutture e i modelli organizzativi, il rischio è quello di un flop. Senza contare che, ad oggi, nessuna prestazione di telemedicina è inclusa nei Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero rimborsata con denaro pubblico. In sostanza, al di là della sperimentazione finanziata con le risorse del PNRR, perché una Regione dovrebbe erogare prestazioni in telemedicina se non vengono poi rimborsate dallo Stato e deve pagarle con fondi propri? Last not but least, il fascicolo sanitario elettronico, strumento fondamentale della trasformazione digitale è soggetto alla privacy: ovvero se il cittadino non da il consenso, la ASL di residenza non può attivarlo.


Gianmarco Nebbiai
Cofondatore e Direttore responsabile di Innovazione.PA. Giornalista e Comunicatore d’impresa, scrive di ICT e del suo impatto sulla società e l’economia dal 1995. Segue tutti i temi legati alla trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione, all’innovazione dei processi e dei servizi a disposizione dei cittadini, con particolare attenzione all’innovazione sociale e al digital healt.

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