Energia e clima: dove guarda il Mondo (e l’Italia)?

Intervista a Margherita Bianchi, Head of the Energy, Climate and Resources Programme Istituto Affari Internazionali (IAI). Al centro presente, passato e futuro tenendo conto delle decisioni prese alla COP26 di Glasgow

Partiamo dal tema dei cambiamenti climatici in generale. Da quando si è iniziato effettivamente ad affrontarlo a livello politico e come nel tempo l’attenzione è aumentata nei suoi confronti? Ci sono dei dati che illustrano la sua evoluzione?

Le emissioni globali di gas a effetto serra sono aumentate costantemente negli ultimi cinquant’anni, con il forte calo registrato nel periodo della pandemia di Covid-19 nel 2020 che è stato chiaramente solo temporaneo. Si parla di ambiente e di clima dalla seconda metà del ‘900 e sono stati compiuti alcuni primi passi importanti in particolare dagli anni ‘70. Il primo rapporto del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) risale al 1990 e il primo rilevante protocollo internazionale inerente al cambiamento climatico e alla limitazione di emissioni di gas serra fu la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) adottata nel maggio 1992. Essa istituì la Conferenza delle Parti (COP) come proprio organo decisionale, con incontri a cadenza annuale. In seguito alla prima edizione della COP nel 1995, nel 1997 venne adottato il Protocollo di Kyoto per definire per la prima volta obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni per i paesi industrializzati. Negli ultimi tre decenni, il cambiamento climatico è passato dall’essere una questione marginale a una priorità globale. Gli Accordi di Parigi sono stati una vera rivoluzione per l’approccio diverso dato all’azione climatica multilaterale, favorendo una partecipazione bottom-up rispetto a Kyoto (top-down). Quindi ora ogni parte porta il suo contributo al tavolo (da aggiornare via via nel tempo) rispetto all’ambizioso obiettivo climatico comune. In questo modo è più facile progredire, discutendo e mettendo in piedi gli strumenti che servono a raggiungerlo.

Coerentemente con gli sviluppi internazionali, anche in Europa negli anni Novanta si stabilì il primo obiettivo sulle emissioni di gas serra. Una forte accelerata si è potuta osservare con le due più recenti presidenze della Commissione, quella Juncker prima e quella Von Der Leyen adesso. Quest’ultima, in particolare, ha lanciato il Green Deal Europeo, ambiziosissima visione per portare il continente a essere il primo a impatto climatico zero nel 2050. Il cambio di visione della Commissione Von der Leyen sta proprio nella concezione della politica ambientale: non più una politica da trattare singolarmente, ma la chiave di lettura necessaria e trasversale all’economia, alla crescita, all’industria e alla sicurezza del continente.

A proposito di sicurezza: la guerra di Putin in Ucraina ha dato una sveglia drammatica al blocco europeo rispetto alla sicurezza energetica dell’UE. Il piano che la Commissione europea sta proponendo – e che sarà dettagliato in futuro – sembra per fortuna ricalcare le priorità chiave messe in campo dall’UE ben prima della guerra: la riduzione dell’utilizzo di fonti fossili e un’accelerata del Green Deal Europeo – quest’ultimo percepito più chiaramente che mai come la migliore strategia di sicurezza energetica oltre che ‘soltanto’ come una visione per un’economia europea sostenibile. Riconoscendo il doppio vantaggio della decarbonizzazione, molti stati membri hanno riaffermato con forza il loro supporto alla transizione green in questi giorni, e auspicabilmente questa crisi porterà almeno a un più forte consenso politico sull’azione climatica. Investire in rinnovabili e efficienza energetica è a tutti gli effetti anche una strategia di sicurezza energetica – la migliore, visto che combina sicurezza con sostenibilità. Vedremo come dettaglieranno il piano. Se il divorzio dal gas russo sarà repentino o immediato, non basteranno nel breve termine le rinnovabili.

In ogni caso, a prescindere dalla situazione attuale, possiamo affermare che a livello globale al momento la conversazione sulla lotta al cambiamento climatico sembra per molti versi matura, però dall’altra manca ancora un solido ecosistema sottostante che la possa supportare con una velocità adeguata. Vanno insomma messi insieme molti pezzi del puzzle che permettano un’azione più rapida ed efficace.

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Quali sono i fattori dipendenti dall’uomo che influiscono maggiormente sul tema e i paesi che ad oggi sono più e meno virtuosi? L’Italia come si posiziona in tal senso?

A livello globale, circa il 75% delle emissioni dipendono dalla combustione di fonti fossili che vengono utilizzate per attività umane quali il riscaldamento, la produzione di energia elettrica, l’industria, la mobilità. Per questo motivo, al centro di strategie come il green deal europeo, c’è la priorità assoluta della loro forte riduzione.

Le emissioni in Italia rappresentano l’11,4% del totale dell’UE-27 e sono diminuite del 28% tra il 2005 e il 2019. Se guardiamo il dato globale, in cima ai maggiori emettitori, troviamo paesi come Cina, Stati Uniti, Unione Europea India, Russia, Giappone… tenendo conto dei dati in termini assoluti. Questo però ci racconta solo un lato della medaglia. Se osserviamo i dati pro capite, tra le nazioni che emettono di più troviamo per esempio molte di quelle del Golfo. Tante, inoltre, subiscono in modo sproporzionato gli effetti del cambiamento climatico senza aver contribuito o quasi a crearli – come l’Africa Sub-Sahariana – un aspetto fondamentale da tenere in considerazione nei negoziati sul clima. Altro tema molto rilevante anche per l’azione climatica è quello della povertà energetica. Il numero di persone senza accesso all’elettricità è sceso a 770 milioni nel 2019, un minimo storico negli ultimi anni. Tuttavia, i progressi del passato stanno invertendo la rotta a causa della pandemia.

Tutto questo per dire che quando si parla di azione climatica multilaterale bisogna dunque comprendere che i punti di partenza sono differenti, i dati sulle emissioni vanno letti tenendo conto delle circostanze di ciascun paese, sapendo che le esigenze sono diverse, e che il clima interseca moltissime altre politiche quali sviluppo, economia, migrazione, sicurezza, energia, giustizia, agricoltura, industria e così via. Non è possibile trattare il clima a compartimenti stagni.

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A livello mondiale, europeo e italiano quali sono gli organismi che se ne occupano?

Non esiste un singolo meccanismo o organismo globale utilizzato dalla comunità internazionale per soddisfare in maniera esaustiva le necessità climatiche ed energetiche collettive. L’ambito energetico è toccato da organizzazioni che sono multilaterali, oppure hanno una membership selettiva e geografica (tra cui l’UE) o ancora partecipano rispetto al loro status (G7, G20) o ai loro interessi energetici specifici… ma la lista potrebbe continuare. La governance climatica è principalmente gestita a livello multilaterale all’interno del quadro UNFCCC, e a livello Europeo dalle istituzioni, principalmente la Commissione con il potere d’iniziativa legislativa e naturalmente dal Parlamento e dal Consiglio Europeo. Gli stati membri hanno chiaramente largo margine di manovra rispetto all’energy mix domestico, cosa che spesso rallenta il processo decisionale europeo sui temi energetici e climatici. Infatti a livello europeo come spesso accade quando si parla di energia, prerogativa nazionale degli stati membri, rispondere con una sola voce, in modo coerente e molto rapidamente è difficile. Lo vediamo bene in questo contesto di crisi per via della guerra russa in Ucraina. In primis, per la forte dipendenza dalla Russia di alcuni paesi rispetto ad altri. In secondo luogo perché quando si ragiona fuori dagli schemi per sovvenzionare, in tempi di emergenza, misure eccezionali, non tutte le idee fanno subito presa all’unanimità nel Consiglio. In terzo luogo perché una risposta drastica alla guerra sul piano energetico porrebbe gli stati membri dinanzi a scelte d’investimento non semplicissime.

In ogni caso, a livello istituzionale italiano è interessante notare alcune modifiche apportate alla governance climatico/energetica dall’ultimo governo Draghi, che provano ad andare nel senso di un maggiore coordinamento della politica climatica. Il Mite (Ministero della Transizione Ecologica), nato nel 2021 e guidato da Roberto Cingolani, ha integrato alcune competenze della politica energetica tradizionalmente gestite dal Ministero dello Sviluppo Economico. Ispirata dal principio della sostenibilità ambientale è stata anche la riorganizzazione del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili. È stato poi istituito il Comitato interministeriale per la transizione ecologica col compito di assicurare il coordinamento e la programmazione delle politiche nazionali per, appunto, la transizione ecologica. È stata infine istituita la figura di un “inviato speciale” che rappresenterà l’Italia nei negoziati internazionali in materia ambientale e climatica, ruolo affidato al ministro plenipotenziario Alessandro Modiano. Questi sono alcuni cambiamenti rispetto al precedente governo che fanno parte di un primo (ma ancora insufficiente) sforzo per adeguare le istituzioni e la diplomazia italiana alla sfida.

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Cosa si intende per COP 26 e quali sono stati le basi, le tappe e gli eventi che l’hanno preceduta per arrivare al suo svolgimento a Glasgow lo scorso novembre?

La COP26 è la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutasi (un anno in ritardo per via del Covid) nel 2021. Con il Regno Unito come presidente e in partnership con l’Italia, la COP26 si è svolta a Glasgow dal 31 ottobre al 13 novembre 2021. I leader mondiali sono arrivati in Scozia insieme a decine di migliaia di negoziatori, rappresentanti di governo, imprese e gruppi della società civile per quattordici giorni di colloqui.

Si è arrivati a Glasgow peraltro dopo un G20 a guida italiana che si è chiuso proprio il giorno prima della COP. Al G20 sono stati fatti alcuni rilevanti passi avanti sull’agenda climatica. Pensiamo che questi paesi insieme rappresentano circa il 90% del PIL mondiale, l’80% del commercio mondiale e i due terzi della popolazione mondiale, nonché circa il 60% dei terreni coltivabili e l’80% circa del commercio mondiale di prodotti agricoli, oltre che circa l’80% delle emissioni globali di gas serra. È perciò un buon segnale che a Roma queste nazioni abbiano riconosciuto la necessità di accelerare per mantenere l’incremento della temperatura a 1,5°C rispetto all’era preindustriale. I passi in avanti compiuti su alcune questioni energetiche chiave sono i benvenuti in questo senso, a partire dallo stop al finanziamento internazionale del carbone, sulla scia di quanto fatto in sede G7 e già annunciato da molti paesi (in particolare asiatici) nel corso del 2021. Va considerato che queste decisioni venivano prese nel contesto di un grande aumento dei prezzi dell’energia, contesto in cui l’Italia è comunque riuscita a giocare un ruolo positivo e propositivo sotto il profilo della diplomazia climatica.

In vista della COP26 la presidenza del Regno Unito soprattutto ha lavorato bilateralmente con le parti interessate, cercando di portarle tutte (i singoli paesi e l’UE) ad un accordo per consenso. Sono state avviate o sostenute dalla presidenza moltissime campagne settoriali per definire nuovi obiettivi e strumenti per una più sostenuta azione climatica, in una sorta di “chiamata alle armi” per alzare quanto più possibile l’ambizione da ogni parte possibile, business, finanza, società civile.

A ridosso della COP, inoltre, nel settembre 2021 Milano ha ospitato la pre-COP dedicata ai giovani con l’iniziativa Youth4Climate, pensata per raccogliere idee sull’agenda climatica di 400 giovani provenienti da 40 paesi: visto il successo dell’iniziativa, Cingolani ha deciso di renderla permanente, creando una piattaforma per facilitare il coinvolgimento dei giovani di tutto il mondo sull’azione climatica.

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Come si è svolta la COP 26, quali tematiche sono state messe al centro e su quali aspetti la conferenza ha vinto e quali ha fallito? Quali sono stati i motivi di contenzioso?

Nel 2015, alla COP21 i paesi hanno accettato di lavorare insieme per limitare il riscaldamento globale a ben meno di 2 gradi e puntare a 1,5 gradi, per adattarsi agli impatti di un clima che cambia e per mettere a disposizione denaro per raggiungere questi obiettivi. Questi sono gli Accordi di Parigi.

Essi hanno stabilito che ogni 5 anni i paesi devono gettare le basi per un’azione climatica sempre più ambiziosa; in termini pratici, devono presentare o aggiornare i loro piani di riduzione delle emissioni, noti come contributi determinati a livello nazionale (NDC). Questo ha reso la corsa al vertice di Glasgow un momento critico per mantenere viva la speranza di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi, perché appunto dopo cinque anni (sei, per via del ritardo dovuto dalla pandemia) ci si aspettavano questi nuovi obiettivi.

Sul tavolo dei negoziati a Glasgow si chiedeva uno sforzo per compiere progressi sui restanti dettagli del regolamento di Parigi – irrisolti dalla precedente COP25, tra cui i mercati internazionali del carbonio (il famoso articolo 6). Inoltre, una serie di conversazioni chiave, comprese quelle sull’adattamento e più in generale della finanza climatica, sono state centrali anche se non hanno portato ai risultati sperati.

A Glasgow si è dato un segnale per accelerare i tagli alle emissioni in questo decennio: nel 2022 le parti devono aggiornare i piani al 2030. Quindi si sono intensificati gli sforzi per ridurre l’uso del carbone e per terminare il supporto ai sussidi fossili, anche se molto resta da fare. Si è poi elevato il dibattito politico sulla necessità di un più solido sostegno alle nazioni vulnerabili: alcuni progressi sono arrivati per esempio con l’impegno dei paesi avanzati a raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento da qui al 2025. Manca però un chiaro processo per finanziare le perdite e i danni causati dagli impatti del clima, il cosiddetto “loss and damage”. Glasgow è stata anche una piattaforma per il lancio di partenariati settoriali innovativi e di nuovi finanziamenti ad hoc – tra questi, audaci impegni collettivi per ridurre le emissioni di metano e per fermare la deforestazione. Difficile sapere in che misura l’attuale guerra cambierà in ritmo e il peso di alcuni di questi piani. Se nel brevissimo periodo è possibile che si verifichino anche impatti negativi sulle emissioni per via di potenziale più sostenuto utilizzo del carbone al posto del gas in alcuni paesi, per esempio, sicurezza energetica e sostenibilità si possono portare avanti soltanto insieme e soltanto tramite una forte decarbonizzazione. Mi auspico che l’attuale crisi rafforzi il consenso sull’azione climatica.

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Quali sono stati gli impegni ai quali l’Italia ha aderito? Possiamo dettagliarli nello specifico in termini di scadenze, scenario e criticità d’obiettivo oltre di programmi che possono e devono essere portati avanti? Quali sono le conseguenze nel caso non si dovesse riuscire a raggiungerli?

Per quanto riguarda gli effetti del clima: le nostre azioni di oggi determinano il modo in cui le persone si adattano e la natura risponde ai crescenti rischi connessi ai cambiamenti climatici. Soprattutto il decennio 2020-2030 è importante per impostare la strada verso la neutralità climatica al 2050. Anche l’ultimo rapporto IPCC uscito a Febbraio 2022, ci dice che il Mediterraneo è una delle aree del mondo che è particolarmente vulnerabile, e i costi della non azione sarebbero altissimi e avrebbero effetti irreversibili sulla nostra economia, a partire dall’agricoltura e dal turismo.

L’Italia nel contesto della COP26 ha promosso e risposto a molti impegni e appelli: con tanti altri paesi si è impegnata a ridurre le emissioni fuggitive di metano del 30 per cento entro la fine del decennio; insieme a partner critici come l’Indonesia o il Brasile, si è impegnata per invertire le attività di deforestazione entro il 2030. Ha inoltre firmato una dichiarazione a supporto della transizione verso energie pulite e rinnovabili e per lo stop a sussidi e altri strumenti di supporto alle fonti fossili entro la fine del 2022. Ha poi aderito alla Breakthrough Agenda per rendere le tecnologie pulite più accessibili e attraenti in ogni settore emissivo a livello globale prima del 2030. Nel contesto della COP26, Cingolani ha peraltro annunciato misure importanti per il 2030, confermando tra le altre un grande piano per le rinnovabili da 70 miliardi di watt per arrivare a oltre il 70 per cento di energia elettrica pulita. Non è mancato anche il sostegno politico al finanziamento dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Per quanto importanti, sarà ora interessante capire come i vari annunci verranno integrati nei piani concreti di medio periodo che l’Italia dovrà rivedere e implementare.

Nel breve periodo, viste peraltro le crescenti tensioni geopolitiche legate agli sviluppi della guerra Russia-Ucraina e gli altissimi prezzi dell’energia, bilanciare la sicurezza energetica e la competitività con la sostenibilità non sarà un esercizio facile. A livello europeo si è chiarito comunque che la visione del Green Deal rimane senza dubbio la strada da perseguire, anche e soprattutto nell’ottica di una minore dipendenza e di una maggiore sicurezza.

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Dal punto di vista tecnologico quali sono le evoluzioni che possono portare a un miglioramento della situazione in termini di impatto sul riscaldamento globale (e non solo) e gli strumenti che vengono utilizzati oggi per monitorarne l’andamento e intervenire?

Sicuramente massima attenzione va data all’efficienza energetica e, dal punto di vista tecnologico, alle rinnovabili. Il costo di eolico e solare è diminuito considerevolmente nell’ultimo decennio. Le fonti energetiche rinnovabili, guidate appunto da solare e eolico, costituiscono la gran parte della capacità aggiunta negli ultimi anni a livello globale. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia le fonti rinnovabili rappresenteranno il 95% della capacità totale aggiunta da qui al 2026, con il solo solare fotovoltaico che ne fornirà più della metà. La quantità di capacità rinnovabile aggiunta nel periodo dal 2021 al 2026 dovrebbe essere superiore del 50% rispetto al periodo dal 2015 al 2020.

Teniamo conto che questi sono anche gli effetti del lavoro multilaterale fatto, come gli Accordi di Parigi. L’Accordo di Parigi e l’Agenda 2030 servono ora come bussola per l’azione dei governi e progressivamente per l’impegno delle istituzioni finanziarie internazionali, comprese le banche multilaterali di sviluppo. Da quando è in vigore, molti paesi chiave hanno definito obiettivi net zero. L’impronta carbonica dei progetti sta diventando un fattore di rischio sempre più importante e una variabile che sta definendo l’interesse degli investitori, mentre i prezzi delle tecnologie low carbon continuano a scendere e le rinnovabili sono sempre più percepite come un porto sicuro dagli operatori finanziari.

Molto resta da fare, sulle rinnovabili e su altre tecnologie (come, per esempio, l’idrogeno). Pian piano stanno maturando opportunità o si stanno studiando anche soluzioni volte a decarbonizzare i settori cosiddetti hard-to-abate, come l’industria pesante (cemento, acciaio, prodotti chimici e alluminio) e il trasporto pesante (come l’aviazione), anche se la strada è lunga.

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Come è percepito infine il tema dei cambiamenti climatici dall’opinione pubblica italiana? Esistono dei dati in tal senso e come li possiamo interpretare?

Un recente sondaggio a cura di DISPOC/LAPS (Università di Siena) e IAI, ha fatto emergere dati interessanti. Nell’autunno 2021 l’emergenza climatica era percepita come la principale minaccia alla sicurezza nazionale dall’89% degli intervistati, prima ancora delle pandemie, che occupano il secondo posto in graduatoria (85%). Non vi sono differenze sostanziali tra i vari gruppi di età né tra i vari elettorati.

Il sondaggio tocca peraltro l’importante tema del costo economico della transizione. Posti di fronte al trade-off tra tutela dell’ambiente e crescita economica, secondo quel sondaggio il 48% degli italiani privilegia la lotta al cambiamento climatico rispetto alla crescita economica. La questione è molto attuale: storicamente la crescita del PIL è stata associata all’aumento delle emissioni, e cambiare rotta alla velocità necessaria non è facile. I vantaggi ambientali, sociali ed economici di un’azione tempestiva superano tuttavia di gran lunga i costi iniziali, questo deve essere molto chiaro. Naturalmente questa indagine è stata condotta prima dell’attuale situazione di conflitto. A prescindere da questo, comunque, l’azione di contrasto alla crisi climatica è sempre più percepita come priorità urgente dall’opinione pubblica. Quello che manca a volte è una migliore comprensione della complessità della sfida. Credo sia utile accompagnare questa maggiore consapevolezza a un dibattito (il più informato possibile) sulla politica climatica, i suoi meccanismi e le sue dinamiche.


Paolo Morati

Giornalista professionista, dal 1997 si occupa dell’evoluzione delle tecnologie ICT destinate al mondo delle imprese e di quei trend e sviluppi infrastrutturali e applicativi che impattano sulla trasformazione di modelli e processi di business, e sull'esperienza di utenti e clien...

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