Piantare alberi fa sempre bene alle città?

Il progetto europeo VEG-GAP in collaborazione con Enea

Oggi, oltre il 70% delle emissioni nocive per il pianeta provengono dalle città ed entro il 2050, oltre 6 miliardi di persone nel mondo vivranno in centri cittadini. In questo scenario, le città sono chiamate a giocare un ruolo fondamentale per risolvere il problema dell’inquinamento dell’aria, cambiando le loro politiche di sviluppo con massima attenzione ai cittadini e alla natura. Per farlo al meglio utilizzando la vegetazione, che è una risorsa straordinaria per la qualità dell’aria delle città grazie alla sua capacità di regolare il comfort termico e pulire l’aria, bisogna considerare che le piante emettono anche gas in atmosfera, i cosiddetti composti organici volatili biogenici (BVOC) che contribuiscono alla formazione di inquinanti secondari come l’ozono (O3) e una parte importante del particolato atmosferico (PM10). Pertanto, per la prima volta, il progetto Life Preparatory VEG-GAP studia gli effetti della vegetazione sulla qualità dell’aria nelle città, il suo impatto sulle temperature e ulteriori cambiamenti sull’inquinamento atmosferico.

Il compito del progetto è proprio fornire dati e informazioni affidabili sugli effetti della vegetazione riguardo a qualità dell’aria e temperature in città. Il progetto è coordinato da Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e finanziato con 1 milione di euro dal Programma Life che mette per la prima volta a disposizione delle pubbliche amministrazioni linee guida e piattaforme informative, in grado di fornire dati sull’efficienza della vegetazione nel mitigare l’inquinamento atmosferico insieme alla temperatura.

In Italia partecipano al progetto l’amministrazione comunale di Milano e la Città Metropolitana di Bologna, mentre in Spagna l’amministrazione comunale di Madrid. Le prime azioni messe in campo partono da una conoscenza approfondita dello stato attuale del verde e della qualità dell’aria nelle tre realtà urbane, con un approccio integrato che prende in considerazione il trasporto, la formazione degli inquinanti in atmosfera e la presenza degli edifici.
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Il progetto Life Preparatory VEG-GAP mira anche ad approfondire se il verde urbano, in alcune condizioni meteorologiche, può comportare rischi per la salute, proprio perché la vegetazione ha sì la capacità di raffreddare e filtrare l’aria, ma anche di emettere composti organici volatili (BCOV)

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“Oggi le amministrazioni pubbliche in Europa non dispongono di informazioni o strumenti di decisione sulla quantità di vegetazione, le specie da utilizzare e la loro distribuzione nelle aree urbane per migliorare la qualità dell’aria e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici”, spiega Mihaela Mircea, responsabile della ricerca per Enea. Il progetto mira anche ad approfondire se il verde urbano, in alcune condizioni meteorologiche, può comportare rischi per la salute, proprio perché la vegetazione ha sì la capacità di raffreddare e filtrare l’aria, ma anche di emettere composti organici volatili (BCOV). “I risultati del progetto forniranno le basi per anticipare gli effetti di diverse soluzioni ambientali come infrastrutture verdi, agricoltura urbana e cinture verdi e altre nature based solutions, promuovendo una visione integrata nello spazio e nel tempo dei cambiamenti della vegetazione urbana e, conseguentemente, dell’aria nella città”, conferma Mihaela Mircea. Indicazioni preziose per lo sviluppo urbanistico delle città che poi potranno essere utilizzate anche dagli architetti e dagli ingegneri che progettano la riqualificazione di edifici e infrastrutture.
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I presupposti dello studio

Il verde urbano insieme alla morfologia della città controlla il microclima urbano e la permanenza di alcuni inquinanti in aria, per questo VEG-GAP ha sviluppato una strategia per produrre nuove informazioni a supporto dei piani per la qualità dell’aria nelle città e dei piani di adattamento ai cambiamenti climatici, considerando le caratteristiche della vegetazione urbana attuale e pianificata per il futuro. Questa strategia può essere usata anche nella pianificazione urbanistica generale per supportare la valutazione degli impatti di interventi di ampliamento o rigenerazione della città a impatto zero sul clima e ambiente. La piattaforma informatica sviluppata nel progetto mostra l’impatto del verde urbano sulle temperature e alcuni inquinanti – ozono troposferico (O3), biossido di azoto (NO2) e polveri sottili (PM10) – nelle tre città analizzate. Bologna, Madrid e Milano sono immerse in un circolo di peggioramento ambientale difficile da interrompere. Offrono molte opportunità (lavorative, di studio, culturali, etc.) e per questo attraggono sempre più persone ma l’aumento della popolazione porta all’incremento nelle richieste di abitazioni e di risorse (idriche, energetiche, etc.), e ad un aggravarsi delle criticità legate, ad esempio, alla produzione di rifiuti o al traffico veicolare, con conseguenze importanti sull’ambiente e, in particolare, sull’aria. Le città risultano pertanto essere le aree più calde e più insalubri del pianeta a causa della cementificazione che spesso prevale rispetto alle aree verdi, e delle emissioni di inquinati (autoveicoli, sistemi di riscaldamento e raffreddamento ad uso domestico, impianti industriali, etc.). “Entro il 2050, l’Organizzazione delle Nazioni Unite prevede un aumento della popolazione nelle città fino al 68% al livello globale e fino al 74% in Europa che potrebbe portare ad un peggioramento della situazione attuale se le città non useranno strumenti in grado di permettere loro una adeguata valutazione dell’impatto dei cambiamenti previsti nei loro piani, insieme con le riduzioni delle emissioni antropiche. È infatti più che mai necessaria una oculata pianificazione della crescita delle città per ridurre l’impatto ambientale, tutelare la salute, e di conseguenza migliorarne la qualità della vita”, conferma la dott.ssa Mircea. È inoltre importante tenere in considerazione tutti gli aspetti in modo sistemico e operare scelte responsabili basate su informazioni affidabili. Il progetto VEG-GAP (Life18 PRE IT003, partito a dicembre 2018) è il primo progetto preparatorio Life in Italia: coordinato da Enea, ha visto la partecipazione di otto partner che hanno lavorato negli ultimi tre anni per mettere a punto metodologie e strumenti informativi di supporto alle città per meglio comprendere gli impatti della vegetazione su qualità dell’aria e clima, così che i decisori possano scegliere sulla base di evidenze scientifiche. Attraverso l’analisi delle realtà specifiche delle tre città campione, è stato possibile testare nuove metodologie e strumenti, che in futuro potranno essere applicati ad altre realtà. “Il progetto VEG-GAP è stato ispirato dalla consapevolezza che il verde urbano è una straordinaria risorsa per l’aria in città, grazie alla sua capacità di regolare il confort termico e filtrare gli inquinanti. Questa consapevolezza – evidenzia Mircea – è accompagnata però anche dalla piena conoscenza di come, allo stesso tempo, la vegetazione emetta essa stessa gas in atmosfera, i cosiddetti COV biogenici, che contribuiscono alla formazione di inquinanti secondari. Questo processo è influenzato da una moltitudine di altre sostanze emesse in atmosfera dalle attività antropiche, ma, in particolare dal diossido di azoto (NO2) emesso dal traffico veicolare. Per rispondere a questa complessità, VEG-GAP ha sviluppato un approccio integrato che tiene conto di tutti questi aspetti, mettendo al centro dei suoi studi ed analisi: le sorgenti emissive antropiche e naturali, la morfologia della città, le aree verdi e le specie vegetali presenti”. Quindi è nata la piattaforma VEG-GAP, la cui infrastruttura è stata sviluppata da MEEO S.r.l., fornisce informazioni utili sulla relazione tra vegetazione, temperatura e inquinamento atmosferico e può essere utilizzata nello sviluppo di strategie di controllo efficaci per mantenere e migliorare la qualità dell’aria nelle città europee. L’obiettivo specifico è quello di comunicare attraverso la visualizzazione di grafici e tabelle in modo immediato i risultati delle simulazioni prodotte dai partner scientifici del progetto (ENEA, ARIANET S.r.l., UPM – Università Politecnica di Madrid, CREA – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria). La piattaforma ha due modalità di accesso: una modalità semplificata, che propone un sistema guidato da domande con visualizzazione di mappe e istogrammi predefiniti, e che è ad accesso libero; e una avanzata, ad accesso ristretto, con ulteriori funzioni ad uso specialistico. La piattaforma attualmente contiene dati riguardanti le tre città pilota di Bologna, Madrid e Milano, ma potenzialmente potrà essere estesa ad altre città e territori, così come potranno in futuro essere integrati ulteriori indicatori, variabili, parametri, così come nuovi modalità di visualizzazione ed analisi. Inoltre, grazie alla sua flessibilità e modularità, potrebbe in futuro integrarsi con altre piattaforme. Lo sviluppo della piattaforma è stato preceduto da un’analisi dei bisogni degli utilizzatori; sulla base di questo sono state definiti i requisiti della piattaforma stessa. I bisogni registrati hanno riguardato: la necessità di avere informazioni e dati utili alla valutazione dei servizi eco-sistemici della vegetazione urbana (filtraggio inquinanti, effetto sulla temperatura, emissioni COV biogenici); lo sviluppo di strumenti di supporto geo-referenziati; il monitoraggio dei superamenti dei limiti della qualità dell’aria; il supporto alla valutazione dei possibili rischi e benefici per la salute umana e gli ecosistemi stessi, in relazione alla diversa vegetazione presente; il suggerimento di misure di mitigazione e l’inclusione di raccomandazioni per migliorare legislazione e regolamentazione in materia di qualità dell’aria.

È stato quindi avviato un processo di co-design, che ha visto coinvolti tutti i partner di progetto ed anche il suo Advisory Board e gli attori locali, i quali sono stati coinvolti attraverso workshop organizzati nelle tre città pilota del progetto coordinati dalla Città Metropolitana di Bologna.

MEEO S.r.l. ha sviluppato la piattaforma a partire dalla tecnologia proprietaria ADAM (Advanced geospatial Data Management platform), la quale implementa il concetto di Digital Earth, rendendo i dati geospaziali ambientali globali reperibili, accessibili, interoperabili e riutilizzabili (FAIR). Piena accessibilità è garantita inoltre dalla scelta di basare la piattaforma su formati Open Standard:

• OGC WCS 2.0 -The OGC Web Coverage Service (WCS) per accedere e reperire dati geospaziali;

• OGC Web Map Service (WMS) per la visualizzazione delle mappe;

• W3C Web Content Accessibility Guidelines (WCAG 2.0) per una piena accessibilità dei contenuti del web.

Sono tre le componenti della piattaforma ospitate da infrastrutture Enea: l’interfaccia grafica utente, il back-end e i database. Tre sono inoltre gli scenari di vegetazione messi a disposizione dalla piattaforma: lo scenario base, il pianificato futuro e lo scenario senza vegetazione. Quattro sono invece le risoluzioni temporali: oraria, giornaliera, mensile e annuale. Lo scenario base (i cui dati si riferiscono all’anno 2015) raccogliere informazioni provenienti da: mappe della vegetazione comunale e Corine Landcover progetto europeo che risale agli Anni 80’ oggi dell’Ispra. Importanti sono inoltre le informazioni circa la tipologia di vegetazionil progetto europeo che risale agli Anni 80’e presente, poiché diverse sono le proprietà e le caratteristiche delle diverse specie. CREA insieme ad ARIANET e ENEA, ha analizzato le specie di alberi e arbusti presenti nei dataset delle tre città pilota, comprese le altezze di ogni pianta, la classe a cui appartengono in relazione alla loro altezza e alla loro capacità di emettere COV. Queste informazioni sono state elaborate in modo da poter essere utilizzate dai modelli meteorologici e di trasporto chimico con quale è stato ricostruito lo stato dell’aria nelle città; tutte le informazioni sono state inoltre rese disponibili anche sulla piattaforma informatica. Da questo step iniziale si è passati al confronto dello “stato attuale” con uno “scenario limite” nel quale la vegetazione è stata completamente rimossa: questo ha permesso di riconoscere e valutare l’effettivo contributo della vegetazione, sia per quanto riguarda la presenza di inquinanti, che per l’emissione di COV biogenici e la temperatura. Inoltre, dallo “stato attuale” sono stati costruiti “scenari futuri”, tenendo in considerazione interventi di piantumazione previsti nella pianificazione delle città, allo scopo di determinare i possibili impatti e poter eventualmente re-indirizzare i piani futuri. La piattaforma VEG-GAP, accessibile dal sito web https://www.lifeveggap.eu, è in grado di comunicare e visualizzare in modo immediato i risultati del progetto, in termini di impatto delle aree verdi sulla qualità dell’aria in ambito urbano e potrà essere di supporto alle autorità locali che si occupano di piani per la qualità dell’aria, e altri piani operativi (come i piani di resilienza al cambiamento climatico e i piani per il verde, o i piani urbanistici generali), nel gestire, automatizzare e interpretare i dati in modo user-frendly. In particolare la piattaforma consente di stabilire e analizzare la correlazione tra le caratteristiche della vegetazione e la loro azione di mitigazione sull’inquinamento atmosferico e la temperatura.

La piattaforma nella forma basic è liberamente accessibile dal sito web del progetto VEG-GAP. Si rivolge principalmente ad autorità pubbliche, decisori politici, personale non tecnico e cittadini.

Propone sia una mappa in cui sono rappresentate spazialmente le variabili fisiche di interesse, sia istogrammi per la rappresentazione dell’andamento temporale delle variabili fisiche selezionate sull’area verde di interesse. Propone semplici percorsi guidati, per un’esplorazione immediata dei risultati di progetto, sotto forma di domande e risposte, per comunicare e sensibilizzare gli effetti della vegetazione sulla qualità dell’aria. In particolare le informazioni disponibili riguardano vegetazione presente ed effetto su temperatura, concentrazione di inquinanti, rimozione inquinanti, emissioni biogeniche. È inoltre visualizzabile un pop-up in cui sono riassunte le informazioni statistiche (valori minimi, medi e massimi delle mappe di concentrazione e rimozione di inquinanti), e un secondo pop-up integrativo con ulteriori informazioni di supporto nell’integrazione della mappa.

La piattaforma avanzata consente un’analisi più accurata e fornisce informazioni aggiuntive rispetto a quella base semplificata. È rivolta a chi si occupa della pianificazione urbana, ricercatori, scienziati, persone con competenze tecniche di dominio; richiede esperienza nell’ambito di sistemi webgis e, in generale, nella visualizzazione di dati geo-referenziati e relative analisi temporali.

Fornisce accesso a tutti i dati e i risultati generati dai partner di scientifici durante il progetto e, per adesso, si appoggia ad oltre 300 geotiff e oltre 500 netcdf files. Nella piattaforma advanced è possibile inserire ulteriori scenari oltre a quelli previsti nella forma base, sono inoltre consultabili le mappe sull’intero dominio di calcolo, e non solo su ambito urbano. Rispetto alla versione base sono inoltre prese in considerazione ulteriori variabili (come PM25, umidità, precipitazione, vento, etc.). È possibile il confronto di analisi temporali su differenti punti per una stessa variabile o per variabili diverse. Infine è consentito scaricare dati (.csv o .png format) o mappe (.tiff format) in locale.
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I prossimi passi del progetto

La piattaforma si presenta come un prodotto modulare, flessibile e facilmente replicabile. Questo ne facilita l’evoluzione e l’integrazione. Nei prossimi mesi il consorzio VEG-GAP sarà al lavoro per completare l’elaborazione dei dati delle simulazioni finali. Possibili future evoluzioni potrebbero prevedere l’integrazione di altre città ed aree geografiche, fino alla sua adozione come strumento regionale o nazionale per il monitoraggio degli effetti delle aree verdi sulla qualità dell’aria. Questa possibilità potrebbe comportare lo spostamento della piattaforma su di un’altra infrastruttura (come ad esempio un datacenter regionale), la definizione e integrazione di ulteriori indicatori e prodotti, nonché l’integrazione con altre piattaforme di gestione della qualità dell’aria. Un lavoro essenziale perché le città coprono il 2% della superficie terrestre, ma sono responsabili dell’emissione di oltre il 60% dei gas serra e concentrano oltre tre quarti della popolazione. “Stiamo vivendo un momento cruciale, in cui siamo chiamati a pensare a nuovi modelli di ripresa e resilienza, che siano alla prova del tempo. Gli impatti della vegetazione in città è un tema di particolare interesse in questo momento per i ricercatori, e su cui stanno convergendo importanti finanziamenti. La pandemia da Covid-19 – commenta la ricercatrice – ha inoltre contributo a rendere ancora più urgenti interventi in questa direzione. L’equilibrio fra città e natura è infatti fondamentale per il nostro benessere, la nostra salute, la nostra sicurezza. La presenza di vegetazione in città influisce sulla qualità dell’aria, ma anche sulla salute e il benessere delle persone”. Le città sono chiamate a incrementare il proprio patrimonio arboreo attraverso campagne di piantumazione, la costruzione di infrastrutture verdi, nature-based solutions (quali pareti e tetti verdi), e di vere e proprie foreste urbane. Le analisi di questi interventi, esistenti e futuri, permetteranno di verificare se le azioni possono generare effetti più o meno positivi, allo scopo di pervenire alle soluzioni più efficienti ed efficaci in riferimento ai servizi eco- sistemici della vegetazione urbana. “I risultati del progetto VEG-GAP forniscono le basi per anticipare gli effetti delle diverse soluzioni, promuovendo una visione integrata nello spazio e nel tempo dei cambiamenti determinati dalla vegetazione urbana e, conseguentemente, dell’aria, consentendo la costruzione di città con un’elevata qualità dell’aria, dove poter vivere meglio e a contatto con la natura”, conclude la ricercatrice Mircea.
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Lo studio torinese

Oltre alle misure che si stanno adottando per provare a migliorare la qualità dell’aria, c’è un altro punto di vista che andrebbe considerato. È la cura del verde pubblico come strumento per attenuare problemi respiratori come asma e bronchiti. L’evidenza della correlazione tra queste patologie e la vegetazione presente a Torino è stata dimostrata da uno studio condotto da Giulia Squillacioti, dottoranda di ricerca del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica dell’Università di Torino insieme con il professor Roberto Bono dello stesso Dipartimento e con il dottor Pavilio Piccioni, primario pneumologo dell’Asl Città di Torino.

Lo scopo della ricerca è stato quello di indagare l’associazione tra il verde urbano e la salute respiratoria in una popolazione di 187 bambini di età 10-13 anni di Torino. Nell’intera popolazione è stata calcolata la prevalenza di asma e di sintomi simili all’asma ed è stato misurato il flusso respiratorio. A ogni bambino è stata poi associata una quantificazione del verde nella zona di residenza utilizzando le immagini di telerilevamento del Geological Survey (USGS) statunitense. Una metodologia scientifica per testimoniare che in città, la vegetazione può fornire importanti benefici per la salute, inclusi la promozione dell’attività fisica e la mitigazione dell’inquinamento atmosferico e acustico e dei suoi effetti.
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Nel 2070 il 19% delle terre emerse del pianeta (su sui oggi abitano 2 miliardi di persone) non sarà più abitabile per limiti termici

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“Il principale risultato ottenuto è costituito dall’evidenza che una maggiore disponibilità di verde urbano si è dimostrata significativamente e positivamente associata ad un ridotto rischio di asma, bronchite e sibili respiratori – spiega Giulia Squillacioti -, l’asma e i sintomi asmatici sono una delle più importanti patologie croniche in età pediatrica. Ciò, anche in conseguenza dell’esposizione dei bambini ai fattori di rischio ambientali, in particolare in ambito urbano, capaci di determinare o peggiorare le malattie respiratorie”. Una migliore attenzione alle aree verdi certo non annulla il problema ma lo attenua.

Lo studio è stato pubblicato su International Journal of Environmental Research and Public Health. “Anche le diverse varietà di piante possono avere effetti diversi. Le conifere, ad esempio, possono avere effetti allergizzanti mentre le caducifoglie possono contribuire a un effetto benefico”, spiega Roberto Bono che aggiunge: “bisogna ricordare che Torino è una delle città più verdi d’Italia e con il parco auto tra i più giovani. Purtroppo la posizione geografica penalizza il ricircolo dell’aria e i cambiamenti climatici, con la riduzione delle precipitazioni, hanno accentuato il problema”. Per il professore, che si occupa di Igiene e studia gli effetti dell’inquinamento, alcune misure come l’uso delle mascherine sono “totalmente inutili”. Per ottenere gli stessi risultati, ad esempio, della Germania nella riduzione di inquinanti bisogna fare uno sforzo decisamente maggiore vista la difficoltà di diluizione dell’aria in Val Padana. Per questo varrebbe la pena pensare ad una azione coordinata che metta insieme varie discipline e guardi alla salute respiratoria dei cittadini anche attraverso forme preventive come la promozione del verde urbano. Anche se non si può generalizzare, perché se è vero che un bimbo che abita accanto al parco del Valentino, o nella zona della precollina, ha meno problemi di asma, bronchiti e sibili respiratori di quelli che abitano in zone ad alta cementificazione, è anche vero che i fattori che contribuiscono a questi problemi sono molteplici e complessi. Eppure, ricerche simili nel mondo, in particolare in Spagna e Usa, sono arrivate allo stesso risultato. Un forte segnale di prevenzione primaria a tutela della salute umana per chi governa le città.
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La startup premiata nel mondo

“Crediamo che un problema che non si può misurare sia un problema che non si può risolvere”, è il credo da cui parte l’idea di WiseAir, startup nata nel 2018 da un progetto universitario di un gruppo di cinque ragazzi poco più che ventenni, formatosi durante un corso della School of Entrepreneurship and Innovation in Fondazione Agnelli. Dalla prima idea, l’azienda neonata è cresciuta e ora ha chiuso un round di investimenti da un milione di euro per far evolvere i suoi prodotti. “La missione di WiseAir è di permettere a tutti nel mondo di respirare aria pulita. Quindi lavoriamo per permettere a comuni, cittadini e aziende di misurare e conoscere la qualità dell’aria, creando dati e informazioni utilizzabili e orientati a soluzioni ad alto impatto, e generando consapevolezza”, racconta Paolo Barbato, amministratore delegato. Barbato, che ha 26 anni, è partito in questa avventura prima ancora di finire il corso di laurea con altri tre colleghi coetanei – Carlo Alberto Gaetaniello, Fulvio BambusiAndrea Bassi – ma oggi il team è cresciuto e sono in dieci. I primi successi sono arrivati già nel 2019 quando è stata l’unica startup italiana selezionata dal programma ufficiale del CES, il salone mondiale della tecnologia di Las Vegas. Gli studenti hanno progettato un’invenzione molto concreta: un vaso da collocare sui balconi che contiene una serie di sensori con cui è in grado di rilevare in tempo reale il livello di inquinamento dell’aria e di trasmettere i dati relativi a interi quartieri senza necessità di alimentazione elettrica esterna né di cavi. Da allora sono arrivati altri premi e riconoscimenti (Selection for Ideas di Next Energy Go Beyond promosso da Sisal Pay e poi l’ingresso nel programma di accelerazione di Techstars alle Ogr per citarne solo tre), ma soprattutto tanti progetti con varie città italiane, in particolare Milano e Torino. “Abbiamo iniziato a distribuire i nostri vasi alle persone da installare sui balconi e poi abbiamo creato community dove condividere i dati sulla qualità dell’aria da vendere alle pubbliche amministrazioni per facilitare le loro decisioni sulle politiche ambientali”, racconta l’ad. Il Covid ha modificato il percorso intrapreso. “Abbiamo iniziato a riflettere sui problemi riscontrati e abbiamo cambiato modello. Oltre alle community nelle città italiane grandi, abbiamo una piattaforma che vendiamo alle pubbliche amministrazioni medio piccole che non hanno dati sulla qualità dell’aria sul proprio territorio, installando i nostri sensori nei punti critici”, racconta ancora Paolo Barbato. Gli investimenti raccolti serviranno a implementare questo modello. “Vogliamo poter andare in giro per le città e respirare aria sana per noi e per le prossime generazioni”.
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Le altre visioni

Tra i teorici che invece insistono sulla necessità di piantare sempre più alberi in città c’è Stefano Mancuso, botanico e docente all’università di Firenze dove insegna arboricoltura ed etologia vegetale. Mancuso da alcuni anni vede associato il proprio nome a una scienza di ultimissima generazione, la “Neurobiologia Vegetale” e cioè lo studio delle piante come esseri cognitivi, capaci di mettere in atto dei comportamenti e di apprendere nel tempo. “Le piante, in sostanza, sono in grado di imparare, come pensavamo accadesse solo per gli animali” ama ripetere lo studioso. A testimonianza delle proprie teorie, Mancuso cita due cifre ricavate da ordini di grandezza diversi: i 500 milioni di anni di presenza dei vegetali sulla Terra e gli appena 300 mila anni della nostra specie, l’Homo sapiens. “Mezzo miliardo di anni durante i quali – spiega – gli esseri vegetali hanno superato migliaia di crisi, riuscendo sempre a trovare risposte che garantissero loro la sopravvivenza sul pianeta”. Di conseguenza, se i vegetali prosperano da un tempo che è milleseicento volte più lungo del nostro, basterebbe a noi esseri umani “tradurre” in chiave tecnologica le soluzioni già sperimentate, applicando le relative capacità di adattamento e resilienza.

“Tra le altre cose – afferma ancora Mancuso – le piante ci insegnano che da soli non ci si salva, che per resistere bisogna fare rete e che la nostra vita è tale solo se costruita sulle relazioni”. Sono regole che possono valere, e bene, per i vegetali e per gli esseri mani in particolare dopo il passaggio della pandemia. “Ognuno di noi è un individuo inserito fin dalla nascita in un meccanismo più ampio del proprio spazio vitale immediato – sottolinea ancora lo studioso –. Questo con la possibilità di fornire il proprio contributo alla comunità. Le piante lo sanno da sempre e lo fanno con naturalezza”. 
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Prima della fine di questo secolo, se non facciamo nulla, la temperatura aumenterà di una cifra che, nei modelli più ottimistici, sarà di 3,5/4 gradi in più

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Ma ben al di là delle sole valutazioni di ordine morale, il mondo vegetale ci fornisce anche insegnamenti applicabili all’economia e alla finanza. Insegnamenti che vanno nella direzione della sostenibilità e, sul piano delle applicazioni immediate, di contrasto al cambiamento climatico. “Tra le tante cose che è, il cambiamento climatico è anche un tema centrale dal punto di vista economico. E di questo aspetto stanno prendendo consapevolezza anche i governi”, dichiara evidenziando come il primo passo per far funzionare l’economia sia la comprensione dell’insieme di variabili, anche di natura ambientale, che la determinano. Da qui l’invito che se ne può ricavare a ragionare sul concetto di sostenibilità come modello complessivo, nel quale entrino in gioco elementi non legati tradizionalmente all’ecologia. E se la politica può avere spesso orizzonti troppo brevi per pianificare un cambio di rotta, il cambiamento può arrivare da iniziative civiche sviluppate dal basso e, a sorpresa, anche dal mondo della finanza. Questo perché, da parte dei cittadini, si ravvisa in maniera sempre più evidente una spinta a utilizzare le risorse in maniera sostenibile e, dove non arrivano direttamente le istituzioni, può arrivare la rete dei singoli. Esattamente come accade nel mondo vegetale. Per questo, sostiene convinto: “una soluzione semplice ed efficace per guadagnare decine di anni nella lotta al cambiamento climatico sarebbe quella di piantare mille miliardi di alberi. Sembra una cifra impressionante ma non lo è. Noi in pochi anni siamo riusciti a distruggerne il doppio. Il problema del riscaldamento globale dipende dall’anidride carbonica e si affronta in due maniere: da una parte non se ne deve produrre più ma questo lo sappiamo; dall’altro sappiamo anche che l’anidride carbonica già presente nell’atmosfera può essere sottratta attraverso le piante. Se noi piantassimo un numero sufficiente di alberi, potremmo riportare indietro l’anidride carbonica non a livello preindustriale ma comunque ridurre di due terzi il disavanzo cioè il surplus rispetto al periodo preindustriale”. Il costo non ci dovrebbe interessare perché qualunque sia la cifra sarebbe comunque una frazione irrilevante rispetto ai danni che subiremo se non mettiamo a dimora questa quantità. “L’altro tema è: abbiamo abbastanza spazio? La risposta è sì. Se dividessimo questi mille miliardi – afferma Mancuso – per gli abitanti del pianeta a noi italiani toccherebbe metterne a dimora due miliardi. Sembra un’enormità ma pensate che se solo utilizzassimo le terre abbandonate dall’agricoltura dagli anni Novanta ad oggi, potremmo mettere a dimora, in Italia, fino a sei miliardi di alberi”.

Come riporta Mancuso, nel 2070 il 19% delle terre emerse del pianeta (su sui oggi abitano 2 miliardi di persone) non sarà più abitabile per limiti termici; oggi le terre non abitabili perché fa troppo caldo sono lo 0,8%, essenzialmente il Sahara. “Non esiste una specie stupida come la nostra che in un tempo così breve è riuscita a distruggere l’ambiente da cui dipende la sua sopravvivenza – evidenzia il professore – Noi siamo qui da 300mila anni, un niente se consideriamo che la vita media di una specie su questo pianeta è di 5 milioni di anni”. Sembrerà un’affermazione strana ma nessun essere vivente è in grado di sopravvivere senza risolvere problemi: noi animali tutti quanti insieme siamo lo 0,3% della biomassa; i funghi sono l’1,2%, poi ci sono i microrganismi e infine le piante che rappresentano l’85% della biomassa. Questi numeri sono la rappresentazione quantitativa della capacità di risolvere problemi da parte degli esseri viventi, dato che dovrebbe far riflettere la specie umana e la sua presunta superiorità su ogni altro essere. “Non si risolve un problema di questa portata con soluzione piccole e l’idea che ciascuno di noi, con il cambiamento dal basso, lo possa fare non è vero: non c’è tempo sufficiente per aspettare che i cambiamenti individuali, seppur indispensabili, abbiano influenza – conclude Mancuso – Il nostro pianeta si è surriscaldato di un grado e mezzo rispetto al secolo scorso e prima della fine di questo secolo, se non facciamo nulla, la temperatura aumenterà di una cifra che nei modelli più ottimistici sarà di 3,5/4 gradi in più. Pensiamo al nostro corpo, a cosa accade quando da 36,5 gradi passa a 39,5. Ecco, questo esempio è molto vicino a quello che sta accadendo al nostro pianeta: tre gradi di differenza sono un’enormità”.


Claudia Luise

Sono giornalista professionista da oltre 10 anni. Campana d'origine, ho 37 anni e dal 2006 abito a Torino, città che ho scelto e amo. Ho iniziato collaborando con Nova24, poi ho lavorato 7 anni all'agenzia LaPresse e ora sono freelance per varie testate tra cui la Stampa. Dall'economia alla moda, mi piace affrontare tutti i temi con curiosità e voglia d...

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