Piano triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione

Un programma su tre anni per l’accelerazione digitale del Paese
26 Febbraio 2020 |
Gianmarco Nebbiai

Agid si trova a condurre il nuovo Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2019-2021. Lo scorso Marzo infatti è stato presentato il nuovo documento che lungo 339 pagine sviluppa le principali linee d’azione del prossimo triennio per i progetti di digitalizzazione della pubblica amministrazione.
IL nuovo Piano, ovviamente, si sviluppa in coerenza con i principali riferimenti strategici europei e nazionali, come il Piano di azione europeo sull’eGovernment e la nostra Strategia per la crescita digitale 2014-2020. Il modello strategico ed il piano di crescita digitale messo a punto con il primo piano triennale 2017- 2019, trovano compimento nel nuovo Piano che ne raccoglie il testimone introducendo, comunque, interessanti novità.



Completare le infrastrutture digitali

Con questo triennio si prevede di portare a regime i principali progetti avviati come Spid, Carta di Identità e elettronica e Anagrafe digitale ma mette a fuoco misure importanti per accelerare il percorso di trasformazione digitale delle amministrazioni a partire dal ruolo, enfatizzato, dei Responsabili per la Transizione al Digitale.
In estrema sintesi, il Piano contiene importanti elementi per strutturare la governance: sostiene il percorso inclusivo di crescita digitale delle PA centrali e locali puntando sulla figura del Responsabile per la transizione al digitale, rafforza gli interventi a supporto delle amministrazioni locali per colmare il divario tra i diversi territori del Paese. Continua il consolidamento di attività già avviate come la razionalizzazione dei data center pubblici e l’adozione del Cloud nelle amministrazioni italiane quale tecnologia prioritaria per consentire risparmi di costi e maggiore sicurezza. Stabilisce l’evoluzione e la più capillare diffusione dei servizi digitali, tra cui carta d’identità elettronica, SPID e pagoPA. Punta al rafforzamento delle competenze manageriali e digitali all’interno delle pubbliche amministrazioni con iniziative concrete di sensibilizzazione e formazione.



Nuove idee smart

Tra le nuove misure previste, anche azioni per l’innovazione dei servizi pubblici declinando il paradigma dell’open innovation, iniziative volte a integrare le azioni per semplificare il trasporto delle merci e per ridurre i costi della catena logistica con una visione che concilia le esigenze di mobilità di persone e merci e le strategie per l’adozione – a livello nazionale – delle tecnologie emergenti, come la Blockchain e l’Intelligenza artificiale. Secondo la ministra Giulia Bongiorno, “la transizione al digitale è un percorso appena avviato che richiede forte coesione tra soggetti istituzionali e mondo delle imprese, per superare difficoltà e ostacoli di carattere strutturale e culturale”.
Il Piano Triennale 2019 2021 è stato costruito insieme con le pubbliche amministrazioni centrali e locali. Rispetto a quanto realizzato per il precedente Piano Triennale, il panel è stato ampliato.
Infatti, sono state coinvolte le Amministrazioni centrali, le Regioni, le Città metropolitane e i loro Comuni capoluogo.
L’attuazione del Piano Triennale prevedeva un percorso graduale di coinvolgimento delle pubbliche amministrazioni: il 2017 è stato l’anno della costruzione attraverso il consolidamento della strategia di trasformazione digitale e il completamento del percorso di condivisione con le Pubbliche amministrazioni. Il 2018 è stato l’anno del consolidamento del Piano, che ha visto una maggiore partecipazione di amministrazioni e centrali di committenza. Il 2019 è l’anno di completamento delle azioni del primo ciclo triennale del processo, che potrà pertanto essere ulteriormente affinato per il successivo triennio. Il 2020 e il 2021, quindi, dovrebbero essere gli anni della conclusione dei principali progetti di trasformazione digitale avviati e dell’integrazione del Piano stesso di una visione orientata a cittadini e imprese. “Come si può leggere nel Piano, questo: “rappresenta un percorso in continua evoluzione e per la prossima edizione già si possono prefigurare alcuni temi che saranno approfonditi alla luce delle attività avviate e che diventeranno parte integrante dell’intera strategia di trasformazione digitale della PA: il coinvolgimento di alcune grandi amministrazioni per realizzare importanti azioni di software switchoff verso il digitale; la definizione di un modello economico che sottenda il Modello di interoperabilità; l’attenzione alle tecnologie emergenti, quali blockchain e intelligenza artificiale, facendo leva anche sui risultati delle sperimentazioni condotte dai laboratori attivi presso AGID e sugli output dei gruppi di esperti individuati dal Ministero dello Sviluppo Economico”. Senza pretesa di completezza, trattandosi di un piano di grande estensione presentiamo una sintesi di quelli che, nel breve termine, ci sembrano i filoni più rappresentativi del Piano.




Il Responsabile per la Transizione alla modalità digitale: mettere in rete i project manager della PA


Nel prossimo triennio una delle misure chiave illustrata dal Piano strategico consiste nel potenziare e dare maggiore efficacia alla figura del Responsabile per la Transizione Digitale (RTD) all’interno delle diverse Amministrazioni Pubbliche. Queste figure sono state introdotte nella Pubblica Amministrazione attraverso il Codice dell’amministrazione digitale, fin dalla versione modificata dal Decreto Legislativo n. 179 del 26 agosto 2016. Non si tratta di referenti tecnologici ma di conoscitori dei processi dell’amministrazione cui si riferiscono, in grado di gestirne la digitalizzazione e tenere il polso dei progetti affiancati da Agid.



Semplificare e guidare i processi

In questo senso hanno obiettivi di semplificazione e ottimizzazione. Devono promuovere processi di codesign che coinvolgano cittadini e stakeholder. Inoltre, sono gli evangelizzatori all’interno delle organizzazioni per la diffusione delle competenze digitali e degli strumenti fondamentali della PA digitale: posta elettronica, strumenti di collaborazione, protocollo informatico, firma digitale o firma elettronica qualificata e mandato informatico. Il Responsabile per la Transizione Digitale è ovviamente una figura coinvolta in modo profondo sul tema della sicurezza e deve operare in stretta relazione con il Responsabile della protezione dei dati (DPO) dell’Ente. Nel prossimo triennio Agid sarà impegnata nell’attuare misure di coinvolgimento, supporto e interazione con queste figure per perseguire gli obiettivi posti dal Piano Triennale. In primo luogo, le amministrazioni pubbliche verranno stimolate ad individuare al proprio interno il Responsabile per la Transizione al Digitale. Il suo ruolo, come sottolineato anche dalla Ministra Buongiorno, verrà rafforzato, in collaborazione con il Dipartimento della Funzione Pubblica, mettendo a punto un sistema condiviso di obiettivi e di indicatori di performance.



Fare Rete e condividere i progressi

Inoltre Agid dovrà favorire un processo di mutua collaborazione tra i RTD attraverso la creazione di un modello di rete che possa stimolare il confronto, valorizzare le migliori esperienze e la condivisione di conoscenze e di progettualità.
Agid, quindi, deve promuovere la creazione di un gruppo di lavoro permanente partendo dai RTD di PA Centrali, Regioni, Città Metropolitane e relativi Comuni capoluogo, per supportare le amministrazioni ed attuare gli obiettivi di transizione al digitale previsti dal Piano Triennale. Tale rete ha il compito di evidenziare e condividere fabbisogni, esperienze e criticità, per definire strumenti, metodologie, soluzioni replicabili in tutte le PA.
A sostegno dei RTD Agid metterà a disposizione anche figure di supporto specialistico, strumenti e aree di collaborazione, con lo scopo di trasferire conoscenze e strategie di digitalizzazione da attuare all’interno delle amministrazioni per la realizzazione del Piano.
La Rete dei RTD, in questo modo dovrebbe avere un patrimonio di risorse comune e modelli di riferimento con i quali promuovere attività di formazione di competenze digitali specialistiche e trasversali, avviando iniziative di sensibilizzazione e diffusione dei processi digitali anche sul territorio.




Cloud First, SaaS first. L’informatica come servizio


Il tema dell’affermazione concreta del Cloud è uno degli aspetti centrali del macro filone legato alle infrastrutture. Il Piano triennale in effetti si concentra su tre temi fondamentali per lo sviluppo del sistema informativo della Pubblica Amministrazione: cloud della PA; data center; connettività. Ma nel Cloud viene vista la reale possibilità di affrontare la trasformazione digitale della PA.
I vantaggi sono rappresentati dalla flessibilità e l’affidabilità dei sistemi, la qualità dei servizi erogati, i risparmi di spesa realizzabili attraverso l’opportunità di pagare soltanto per gli effettivi consumi informatici.
L’adozione del paradigma cloud rappresenta la chiave della trasformazione digitale consentendo una vera e propria rivoluzione del modo di pensare i processi di erogazione dei servizi della PA verso i cittadini.
Il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione definisce diversi strumenti a partire dal Modello Cloud della PA che riassume l’insieme di infrastrutture IT e servizi cloud qualificati da AGID a disposizione della PA per l’attuazione di quello che deve diventare il nuovo slogan dell’innovazione: cloud first.
Il Modello Cloud della PA, previsto dal Piano Triennale 2019 2021, è composto da un mix di infrastrutture e una serie di servizi chiave qualificati da AGID accessibili dal Cloud Marketplace, un catalogo completo a disposizione delle amministrazioni pubbliche nelle modalità tipiche dei servizi cloud : IaaS (Infrastructure as a Service), PaaS (Platform as a Service) e SaaS (Software as a Service).



Superare l’informatica fatta in casa

In altre parole, il Piano cerca di superare il modello dell’informatica ‘fatta in casa’ dalle singole amministrazioni, per accedere all’ecosistema dei servizi messo a disposizione dai Cloud Service Provider (CSP) qualificati da AGID, i Poli Strategici Nazionali (PSN) e l’infrastruttura di Community Cloud realizzata dal Raggruppamento Temporaneo di Imprese aggiudicatario del Contratto Quadro Consip SPC Cloud.
Tutto questo è parte del Programma nazionale di abilitazione al Cloud della PA, anche detto Cloud Enablement Program.
Secondo il principio cloud first le PA in fase di definizione di un nuovo progetto devono considerare la possibilità di ricorrere nativamente a servizi cloud.



Ragionare in termini di finalità

Alle amministrazioni la possibilità di valutare se ricorrere a cloud di tipo pubblico, privato e ibrido. La valutazione sulla scelta della tipologia dovrà essere guidata principalmente dalla finalità del servizio all’utente e dalla natura di dati trattati. Le PA devono altresì valutare e prevenire il rischio di lockin verso il fornitore cloud. Da Agid e Team per la trasformazione digitale sono attese nel 2019 le nuove Linee guida per lo sviluppo di servizi cloud native. Inoltre, questi due attori dovranno pubblicare per il 2019 le Linee guida per il modello di abilitazione e migrazione al Cloud della PA e la definizione dei centri di competenze (novembre 2019). Sul piano delle risorse a disposizione anche Consip è chiamato a realizzare una delle tappe chiave del Piano. Nel 2020 sono attese le gare strategiche “Public Cloud: Servizi qualificati di Cloud Computing (IAAS/PAAS/SAAS) in un modello di Public Cloud” e “Digital Transformation: Servizi specialistici di supporto al piano di trasformazione digitale della PA”.
Per rendere più efficace e affrontabile il programma di abilitazione del cloud saranno determinanti le competenze e per questo un ruolo chiave è assegnato alla costituzione dei Centri di Competenza Territoriali (CdCT). Questi centri svolgeranno la funzione di soggetti aggregatori in grado di amministrare i servizi IT per conto di altre PA e AGID potrà mettere a disposizione delle amministrazioni, su richiesta, competenze e risorse professionali.




Un patrimonio da valorizzare: i Dati della PA

L’homepage della versione alfa della “piattaforma dei dati italiani”


Il quinto capitolo del piano triennale si apre definendo come patrimonio strategico del Paese la mole di dati generata e trattata dalla pubblica amministrazione. I dati sono un bene, una risorsa, che ha un valore che trascende, spesso, il confine dell’adempimento amministrativo in cui il dato stesso viene generato ed utilizzato. Gestirlo al meglio ne valorizza le potenzialità sia all’interno che all’esterno delle amministrazioni.
Il nuovo Piano Triennale si sviluppa nel solco delle strategie di riferimento europee in materia come Horizon 2020. Sia in Europa che in Italia si avverte con chiarezza la necessità di trovare un migliore coordinamento tra le varie politiche sui dati e sfruttare le potenzialità del patrimonio di dati gestiti dalla Pubblica Amministrazione. Gli strumenti offerti dalla legislazione vigente, in particolare il CAD e le norme di recepimento e implementazione della direttiva INSPIRE e della direttiva Public Sector Information (PSI), portano all’individuazione di due ambiti strategici cui il Piano Triennale intende orientarsi: da una parte la condivisione dei dati tra PA, a titolo gratuito, per finalità istituzionali e, dall’altra, il riutilizzo dei dati, anche per finalità commerciali, da parte di cittadini e imprese.
Si agirà su due fronti: da una parte all’armonizzazione e al miglioramento delle basi di dati di interesse nazionale; dall’altra al potenziamento degli open data.Sul primo filone si parte dal quanto previsto dall’art. 50 del Cad: la condivisione di dati delle PA per fini istituzionali va generalmente adottata per tutte le tipologie di dati per i quali tale politica è applicabile.
Il dato è patrimonio pubblico e deve circolare all’interno dell’amministrazione per razionalizzarne la gestione ed evitare duplicazioni. Qui trova applicazione uno dei principi cardine del nuovo Piano Triennale: once only, evitare di richiedere informazioni già in possesso delle PA.
L’altro filone su cui investire nel prossimo triennio è il potenziamento degli open data. Il riferimento qui è nella strategia europea. L’apertura dei dati pubblici è un’azione specifica nell’ambito del Mercato Unico Digitale (Digital Single Market), primo pilastro dell’Agenda digitale europea, volto a sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire l’innovazione, la crescita economica e la competitività.



Le basi dati di interesse nazionale

La cura delle basi di dati di interesse nazionale è uno degli aspetti chiave delle strategie ICT per la valorizzazione del patrimonio informativo.
Si tratta di infrastrutture fondamentali che consentono le interazioni all’interno delle amministrazioni e con i cittadini. Sono molte e Agid ha, tra le sue responsabilità, quella di curarne l’elenco, pubblicando i piani di aggiornamento dei servizi da parte delle amministrazioni responsabili.
Nel nuovo piano è previsto l’avvio di una strategia condivisa con le amministrazioni titolari delle basi di dati di interesse nazionale, finalizzata alla definizione dei piani di sviluppo e aggiornamento dei servizi per consentire l’utilizzo di questo patrimonio da parte delle altre amministrazioni.
Si punta a definire delle Linee guida per la definizione di standard e criteri di sicurezza e di gestione. Per quanto riguarda la più nota tra le basi dati di questo catalogo, la Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, il piano ricorda la necessità di completare la migrazione dei dati dalle anagrafi comunali ed è prevista la migrazione dei circa 8.000 comuni italiani. Verrà sperimentato l’Archivio nazionale informatizzato dei registri di stato civile. Infatti, attraverso la sperimentazione su un campione significativo di Comuni italiani si provvederà alla realizzazione di prototipi di registri di stato civile, valutando le possibili semplificazioni derivanti dalla digitalizzazione e centralizzazione degli stessi.



Open data

Finora le politiche di promozione degli open data hanno riguardato principalmente il lato dell’offerta, cioè la messa a disposizione dei dati da parte delle amministrazioni. Il nuovo Piano si muove in continuità con il precedente ma mette in evidenza l’esigenza di rivolgere maggiore attenzione anche alla domanda di dati che proviene da cittadini ed imprese.
Occorre considerare anche la domanda e la qualità dei dati aperti ad oggi disponibili dando un senso concreto alle politiche nazionali in materia, promuovendo l’effettivo riutilizzo dei dati per lo sviluppo di nuovi servizi per cittadini e imprese e valutandone gli impatti a livello economico e sociale.
Tra gli obiettivi dichiarati nel piano è da sottolineare l’intenzione di intercettare la richiesta di riutilizzo dei dati, in particolare sul territorio, per settori di interesse, con il coinvolgimento di regioni ed enti locali, attivando un dialogo con le imprese e la società civile, per capire meglio come stimolare l’incontro tra domanda e offerta di dati.
È interessante l’obiettivo di mettere in campo azioni di coordinamento tra amministrazioni centrali, regionali e locali, per mettere a disposizione dati aventi lo stesso oggetto ma contenenti informazioni diverse che si completano a vicenda. Inoltre verranno promosse iniziative per aprire alcuni dataset in tutte le regioni dando così continuità territoriale alle informazioni.



Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND)

Lo strumento chiave per favorire la circolazione dei dati della pubblica amministrazione è costituito da questo strumento: La Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND). La PDND, già avviata con il precedente piano 2017 – 2019, ha l’obiettivo di sviluppare e semplificare l’interoperabilità dei dati pubblici tra PA, standardizzare e promuovere la diffusione del riutilizzo dei dati, ottimizzare i processi di analisi dati e generazione di conoscenza.
La pubblica amministrazione si apre in altre parole ai benefici offerti dalle moderne piattaforme per la gestione e l’analisi dei big data.
La scalabilità orizzontale di queste tecnologie permette, infatti, di estrarre informazioni dall’incrocio di molteplici basi di dati e di processare dati in tempo reale consentendo di avere più prospettive di analisi su un dato fenomeno, in maniera tempestiva. Inoltre lo sviluppo di questa piattaforma serve a favorire lo scambio dei dati tra PA minimizzandone i costi di transazione per l’accesso e l’utilizzo.
In questo modo potrà essere superato lo schema delle convenzioni uno a uno che portano a molteplici copie degli stessi dati e consentire un accesso standardizzato ad un dato sempre aggiornato. La PDND, infatti, consente di centralizzare e ridistribuire i dati pubblici attraverso API, garantendo standardizzazione di formati e modalità di riutilizzo su dati sempre aggiornati. La disponibilità di questa piattaforma favorirà l’analisi esplorativa dei dati da parte di team di data scientist, sia in seno alle singole PA che a livello centrale.
La PDND si basa su una Piattaforma big data, composta da: un data lake, un insieme di data engine e strumenti per la comunicazione dei dati. Nel data lake vengono memorizzati, nel rispetto delle normative in materia di protezione dei dati personali, dati di potenziale interesse quali, ad esempio: le basi di dati che le PA generano per svolgere il proprio mandato istituzionale; i dati generati dai sistemi informatici delle pubbliche amministrazioni come log e dati di utilizzo che non rientrano nella definizione precedente. I Big Data Engine sono utili ad armonizzare ed elaborare, sia in modalità differita che in tempo reale, i dati grezzi memorizzati nel data lake e ad implementare modelli di apprendimento automatico. Infine gli strumenti per la comunicazione dei dati sono utili a favorire la fruizione dei dati elaborati da parte dei soggetti interessati, anche attraverso API che espongono dati e funzionalità ad applicazioni terze. Il nuovo Piano Triennale ne prevede il potenziamento e la diffusione.




Da Smart City a Smart Landscape


Il tema dello sviluppo delle smart community riveste, per il prossimo triennio, ancora forte interesse, ma la visione viene attualizzata, puntando su un modello che vada oltre l’ambito urbano e si incentri su un sistema focalizzato sulle opportunità produttive messe a disposizione dai territori smart. La maggior parte dei progetti
‘smart city’ hanno avuto come oggetto lo sviluppo dell’Internet
of Things (IoT) per gestire nuovi processi e servizi in settori come l’illuminazione urbana, la gestione della mobilità, il trasporto pubblico e la raccolta rifiuti. Si tratta di argomenti di grande rilevanza per la qualità dei servizi urbani ma, da quanto si legge nel Piano Triennale, per tenere il passo con i modelli di sviluppo internazionali, occorre una visione più ampia ed integrata che travalichi la visione “cittadina” e si orienti con maggiore decisione alle potenzialità del territorio, sviluppandone le potenzialità produttive e logistiche.



L’importanza della logistica digitale

Infatti, le iniziative finora condotte sul tema, in Italia, in particolare da alcune città metropolitane, sono per la maggior parte caratterizzate da un approccio limitato al contesto urbano di riferimento. Quasi tutte prendono di più in considerazione gli aspetti correlati al cittadino, lasciando in secondo piano quelli con un forte impatto sulle imprese, quali, ad esempio, il movimento delle merci e le opportunità derivanti dalle integrazioni con altri sottosistemi (Port Communities, Cargo communities, nodi logistici territoriali, imprese di distribuzione).
In questo, il Piano rileva un forte limite, perché il maggior impatto della rivoluzione digitale riguarda proprio la profonda trasformazione del mondo della logistica e dei trasporti.
In questa visione, IoT e soluzioni smart vanno viste all’interno di un disegno più integrato, che coinvolga attori pubblici e privati, in una rete che comprenda gli spazi urbani, ma si snodi, soprattutto, lungo corridoi di punti logistici interconnessi, caratterizzati dal carattere multimodale del trasporto, per assicurare efficienza, sostenibilità e sicurezza: porti, aeroporti, retroporti, interporti, piattaforme logistiche territoriali, centri e aziende di distribuzione e collegamenti tra essi. L’Italia, inoltre, è ricca di porti di ridotte dimensioni, spesso storici
o all’interno di aeree urbane, e richiede, a differenza di altri Paesi europei un’interazione ancora più “Smart” tra città e porto.



Oltre i confini della smart community

Alla luce di queste considerazioni la nozione di smart city o smart community, già di per sé di difficile definizione, andrà rivista alla luce di una concezione più ampia, nella quale si integrino reti urbane e nodi logistici, in una visione dinamica di sistemi e sottosistemi interconnessi (ad es. illuminazione pubblica, gestione del ciclo dei rifiuti, automazione dell’ingresso/uscita delle merci nei “nodi logistici”, ecc.). Sulla base di queste considerazioni, Agid e Team per l’innovazione digitale puntano a un concetto che superi anche quello di “comunità intelligenti” per una definizione più ampia e dinamica: lo “Smart Landscape” per evidenziare le caratteristiche di contenitore rispetto a domini più specializzati. In questo spazio si connettono diversi nodi logistici che forniscono ai cittadini e alle imprese tutti i diversi generi di servizi dell’ecosistema digitale: salute, finanza, beni culturali, trasporti.



Una piattaforma di confronto per i programmi smart

Per governare uno scenario di questo genere occorre un modello predittivo (Smart Landscape Engine SLE) che rappresenta l’obiettivo concreto del Piano Triennale 2019-2021.
Questo modello, da sviluppare in collaborazione con Università, Centri di Ricerca e Industria, oltre che con le Pubbliche Amministrazioni, costituirà un nuovo strumento a disposizione delle imprese e delle PA e sarà personalizzato per ogni area di interesse, attraverso specifiche variabili di contesto.
AGID ha già avviato lo sviluppo di una Piattaforma generale utile a tutte le aree “smartizzabili”, denominata Smart Landscape Platform (SLaP).
In questo modo, ogni Amministrazione che avvierà un percorso di smartness per la propria area di competenza
potrà o erogare in proprio i servizi ed esporre le relative API, o utilizzare quelli già disponibili nella piattaforma SLaP. Dovrebbe così essere possibile coordinare efficacemente l’attuazione e lo sviluppo delle varie iniziative nazionali, evitando duplicazioni, favorendo il riuso e integrando soluzioni innovative già in sperimentazione operativa.



Gianmarco Nebbiai
Cofondatore e Direttore responsabile di Innovazione.PA. Giornalista e Comunicatore d’impresa, scrive di ICT e del suo impatto sulla società e l’economia dal 1995. Segue tutti i temi legati alla trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione, all’innovazione dei processi e dei servizi a disposizione dei cittadini, con particolare attenzione all’innovazione sociale e al digital healt.

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